Asset allocation |
Rischi e opportunità delle obbligazioni convertibili |
Negli ultimi mesi molte società europee hanno deciso di optare per le obbligazioni convertibili come forma di finanziamento. Le obbligazioni convertibili, molto diffuse negli Stati Uniti, stanno prendendo piede anche nel Vecchio Continente. L’attuale struttura dei tassi ha infatti portato un cospicuo numero di corporate a sfruttare le favorevoli condizioni di mercato. Come tutti gli strumenti finanziari presenti sui mercati finanziari, anche le obbligazioni convertibili presentano sia opportunità di guadagno che un certo livello di rischio. Cerchiamo dunque di capire il funzionamento di un’obbligazione convertibile al fine di individuarne virtù e pecche. I convertible bond sono titoli obbligazionari che possono essere convertiti in azioni durante la vita del prestito in base a un prezzo e a un rapporto di cambio prestabilito che ingloba un certo numero di azioni ogni obbligazione posseduta. Dunque, chi possiede l’obbligazione può diventare azionista della società. Per valutare questo complesso strumento finanziario, un’obbligazione convertibile può essere scomposta in due parti: un’obbligazione più un’opzione. L’opzione consiste nel poter acquistare un certo numero di azioni a un prezzo e a una data stabilita. Se il prezzo della convertibile supera il prezzo della singola obbligazione sommato a quello dell’opzione, allora è sopravalutata. Meglio acquistare le due parti sul mercato separatamente. Il problema principale è che se calcolare il prezzo teorico dell’obbligazione può essere un’operazione piuttosto semplice, ben più complesso è determinare quello dell’opzione. Per procedere a quest’ultima operazione occorre avere informazioni circa l’andamento dell’azione sottostante, il suo grado di rischio e fare delle previsioni su come si comporterà. Come si può facilmente notare, si tratta di una serie di operazioni che il piccolo risparmiatore non sempre è in grado di portare a compimento. Per tale motivo, i principali acquirenti di tale tipo di prodotti sono gli investitori professionali. Cerchiamo di essere più precisi attraverso il ricorso ad un esempio pratico. Supponiamo che un’obbligazione convertibile della corporate x venga emessa al prezzo di 10 euro e che scada nel 2015. L’acquirente di tale titolo ha il diritto di convertire l’obbligazione con un’azione della società x. Ovviamente, la decisione se convertire o meno dipenderà dal prezzo che l’azione sottostante raggiungerà durante il periodo di conversione. In genere all’emissione del titolo il prezzo dell’azione è inferiore del 20-30 al prezzo stabilito per la conversione. Nel nostro esempio, ciò significa che il titolo di rischio a cui si riferisce la nostra obbligazione convertibile si aggira intorno ai 13 euro. Quando l’acquirente potrà, procederà alla conversione dell’obbligazione in azioni solo se il suo prezzo supererà quello di conversione prefissato. In pratica, il possessore del convertible bond deve sperare che prima della scadenza dell’obbligazione si verifichi una crescita della quotazione del titolo sottostante tale da permettere una vendita ad un prezzo superiore a quello relativo al convertible bond. Ma qual è il prezzo da pagare per avere l’opzione di acquistare titoli azionari? Una cedola inferiore a quella di un’obbligazione, di pari affidabilità e durata, ma che non riconosce tale facoltà. In questi casi, lo spread in termini di rendimento fisso offerto da un normale bond rispetto ad un convertible bond, si posiziona solitamente in un range compreso tra i due e i tre punti percentuali. I convertible bond permettono dunque all’investitore di realizzare plusvalenze con un rischio minore di quello tipico dell’investimento azionario rispetto al quale offrono la garanzia di un rendimento minimo annuo fisso. Questi strumenti tendono a replicare l’andamento delle azioni sottostanti, ma in maniera ridotta. Quindi, se l’azione perde terreno, anche la convertibile lo farà, ma a un ritmo inferiore, limitando le perdite. Dal punto di vista delle aziende che le emettono, le obbligazioni convertibili consentono alla società di reperire capitali a un prezzo inferiore a quello di mercato. Inoltre, a scadenza, se l’opzione è stata esercitata, l’emittente non dovrà rimborsare il prestito in denaro, ma in azioni, facendo entrare denaro fresco nella società. Operando in tal modo, la corporate ottiene lo stesso risultato derivante da un aumento di capitale a pagamento. Oltre al normale rischio derivante dalle oscillazioni delle quotazioni, l’investitore si accolla anche il rischio che il titolo sottostante perda terreno e il valore dell’opzione si annulli. In tal caso il titolare della convertibile si ritrova tra le mani una normale obbligazione dal rendimento modesto. Altro problema per il piccolo investitore può venire dalla presenza di clausole che permettano all’emittente di ritirare il convertible bond dal mercato prima della scadenza dichiarata. Stante le difficoltà di valutazione fin qui elencate, è probabile che il miglior modo di avvicinarsi a questi strumenti sia costituito dal ricorso ad una gestione professionale attraverso l’acquisto di quote di fondi comuni di investimento.
Primi 5 fondi di diritto italiano ordinati secondo le performance YTD decrescenti Dati aggiornati al 17 / 09 / 03 | ||||||||||||||||||||||||