Nell’ultimo mese, il deterioramento delle condizioni finanziarie degli istituti di credito dell’Europa dell’est si è accentuato a causa del costante ritiro di capitale estero, che produce indirettamente anche una svalutazione delle valute locali. L’esposizione eccessiva di numerose banche pone il serio problema di un’implosione sistemica. Per fronteggiare il pericolo, i Grandi dell’Unione Europea – dove permangono le divergenze fra membri, poco inclini ad assumersi oneri esterni non calcolabili – hanno elaborato un piano di ricapitalizzazione del Fondo Monetario Internazionale, organo preposto a praticare interventi di soccorso e salvataggio delle singole economie nazionali. Il pericolo di divisioni interne all’Unione si acuisce.
A cura di Paolo Franzoso - Equilibri.net -
Terremoto a Est
Un’altra scossa violenta della crisi finanziaria si è abbattuta sull’Europa la scorsa settimana. Il colpo è stato inflitto dall’eccessiva esposizione delle banche dell’Europa dell’est. Nell’ultimo decennio, i paesi ex-comunisti hanno usufruito degli ingenti capitali stranieri che venivano investiti nelle loro economie in rapido sviluppo. Ora, invece, accade il processo inverso: a causa della crisi, gli istituti finanziari occidentali ritirano i propri crediti e di conseguenza questi paesi registrano una strozzatura della liquidità che pone in serio pericolo il loro intero sistema bancario. Bisogna, inoltre, aggiungere che i paesi toccati dal tumulto sono vittime di un ulteriore aggravio: la svalutazione delle loro monete. In condizioni di tradizionale recessione, la perdita di valore della valuta nazionale garantirebbe un vantaggio per le esportazioni, ma nella situazione attuale implica prevalentemente un aumento proporzionale del debito: lo zloty polacco ha perso quasi la metà del suo valore in pochi mesi, il fiorino ungherese il 23% e la corona ceca il 17%.
La vulnerabilità austriaca
I segnali di cedimento erano stati lanciati dall’Austria già a fine gennaio. Negli anni appena trascorsi, l’Austria aveva finanziato lautamente la crescita dell’Europa orientale, ma questa pratica ora si ritorce contro, evidenziando la fragilità della strategia adottata in passato. Vienna aveva avvertito le autorità europee del rischio elevato d’insolvenza dei mutui ungheresi e per questo aveva vanamente richiesto un piano di stabilizzazione finanziaria complessivo per l’intera Unione Europea. L’Austria è l’apice di un sistema che coinvolge quasi tutti gli stati del Vecchio continente. L’esposizione viennese è calcolabile in circa 215 miliardi di euro, equivalenti al 70% del Prodotto Interno Lordo. Altri Stati, come il Belgio, la Svezia, la Grecia, l’Italia e la Francia, hanno cifre considerevoli investite a oriente, ma in nessuno di questi casi l’esposizione supera il 35% del PIL. Una detonazione in Austria produrrebbe, comunque, un effetto a catena di vaste dimensioni che intaccherebbe tutti gli stati europei, nessuno escluso.
Paesi a rischio elevato
Nessun paese dell’Europa dell’est è esente dalla pressione finanziaria che sta aumentando in questo ultimo periodo. Particolarmente esposte risultano Budapest e Bucarest, all’interno dell’Unione Europea, e Belgrado, Zagabria e Kiev, tra gli aspiranti ad entrare nel circolo europeo. Il Commissario Almunia ha lasciato trasparire che il supporto di Bruxelles, nel caso in cui si rivelasse indispensabile, sarà differenziato, privilegiando i membri a discapito degli altri. L’Ungheria è il paese più in sofferenza e ha già avviato un contatto formale con il Fondo Monetario Internazionale per ottenere un prestito di 100 miliardi di euro per ricapitalizzare il proprio settore bancario. La Romania, invece, attende: necessita di una cifra nettamente inferiore (7 miliardi) ma non trova il modo di reperirli a tassi d’interesse accettabili. Il premier Traian Basescu, in un primo momento sostenitore dell’FMI, si è mostrato preoccupato perché teme il possibile “commissariamento esterno” dell’economia.
Le mosse dei Grandi d’Europa
Domenica 22 febbraio, a Berlino, si è svolto un incontro tra i Grandi d’Europa (Germania, Francia, Italia e Regno Unito) comprendente la Spagna e i Paesi Bassi. in partenza, il vertice doveva soltanto essere un incontro per stabilire una posizione comune in vista del G20 previsto per l’inizio d’aprile a Londra. In seguito allo scivolone dei mercati finanziari, i partecipanti si sono accordati su un documento comune, dove sono state stabilite le due misure non rinviabili per risollevare la finanza globale:
- regolamentazione dei fondi privati d’investimento che possono porre dei rischi;
- ricapitalizzazione del Fondo Monetario Internazionale.
Sul primo punto le convergenze erano sempre state comuni, anche se restano degli attriti sui metodi e i modi con cui operare tale regolamentazione. È una novità importante, invece, il secondo punto, perché implicitamente rivela il cambiamento di posizione tedesco. Finora, la Germania si era mostrata renitente a qualunque piano complessivo che implicasse un onere non quantificabile per il proprio bilancio.
La Germania
La posizione europea sta lentamente mutando. Fino a qualche mese fa, si parlava di analizzare “caso per caso” e di applicare misure coordinate fra gli stati membri. A poco a poco, però, s’inizia a scoprire che gli effetti perniciosi della crisi sono tutt’altro che domati e che nemmeno il più virtuoso dei paesi può sentirsi al riparo. Il ministro delle Finanze tedesco, Peter Steibruck, ha riconosciuto che, sebbene il Trattato istitutivo della Moneta unica non lo preveda, sarebbe necessario un intervento di soccorso da parte degli aderenti nel caso un cedimento nella “zona euro”. L’ammissione va nella direzione di allineare la Germania al pensiero della Francia di Sarkozy. L’opzione di ricapitalizzare l’FMI è particolarmente gradita a Berlino perché fa ricadere le responsabilità d’intervento su un organismo internazionale attrezzato – e che riceverà un forte sostegno dai Paesi europei – per le operazioni di soccorso finanziario. Se prima i costi di una manovra comune sembravano troppo elevati per essere sottoscritti da Berlino, ora ci si accorge che i costi di un unico fallimento in ambito europeo provocherebbe un onere ben maggiore per tutti i membri. Nel caso in cui Vienna corresse un serio pericolo, la Germania non si esimerebbe dal caricarsi gran parte delle responsabilità finanziarie.
Le proposte della Commissione europea
È stato consegnato martedì 24 febbraio, alla Commissione europea, il progetto di riforma e sostegno all’economia e alla finanza, affidato a un gruppo di esperti guidato da Jacques de Larosière, ex governatore della Banca di Francia. La bozza – in totale una trentina di raccomandazioni, elaborata con realismo ma con scarsa audacia – propone, come strumento di regolamentazione, la costituzione di un organo di supervisione europea, con il compito di sorvegliare i principali attori continentali, operanti nel campo finanziario, che hanno delle attività transfrontaliere. Il gruppo di studio ha lavorato alla luce delle divisioni interne all'Unione, proponendo provvedimenti minimi ma indispensabili, in modo che il progetto complessivo possa ottenere l'approvazione generale.
Vertice straordinario a Bruxelles
La presidenza di turno dell’Unione Europea ha convocato un summit informale a Bruxelles per il 1° marzo. La discussione si concentrerà sul piano d’azione che interesserà tutta l’area europea per rilanciare l’economia e far respirare i mercati finanziari. Su iniziativa polacca, prima del vertice, si terrà un incontro fra i paesi dell’Europa orientale per stabilire un programma comune al fine di presentarsi compatti di fronte ai membri più influenti. In Belgio, dunque, dovrebbero essere formalizzate le proposte vagliate a Berlino una settimana prima. L’accordo fra i principali attori del continente lascia poco spazio al dibattito su possibili metodi alternativi. Oltre la finanza, anche gli aspetti economici entreranno nei discorsi fra i capi di Stato e di governo, perché l’Est rimprovera all’Ovest di distorcere la concorrenza applicando nuove forme di protezionismo.
In ambito europeo, permane un elevato grado di immobilismo. Ai singoli stati è rimesso il compito di provvedere al rilancio delle economie nazionali. Le disponibilità variano a seconda del paese, ma in quasi tutti i casi, misure interne intaccano le regole comunitarie collegate al libero mercato, principio cardine della costruzione europea.
Conseguenze politiche di una crisi finanziaria
Sotto certi aspetti, più che per l’economia stessa, la preoccupazione maggiore è rappresentata dall’impatto disastroso che la crisi potrebbe produrre sulla politica. Già due governi europei sono caduti vittima delle turbolenze finanziarie: Islanda e Lettonia hanno perduto i propri esecutivi. Il timore, però, resta che l’acuirsi della crisi produca un consenso ampio a favore delle ali estreme degli schieramenti politici. Lo schema di pensiero comune ricalca il ciclo storico avvenuto dopo il crollo del ’29.
Inoltre, esiste un problema comunitario. La crisi ha svelato i limiti dell’Unione Europea, che si presenta ancora divisa in stati-nazione, gelosi della propria sovranità e della propria autonomia. La mancanza di solidarietà interna conferma la fragilità del progetto comunitario. Nei tempi di crisi economica, la Comunità Europea ha saputo sempre elaborare dei piani (spesso, poi, rivelatisi insoddisfacenti) che tutelassero l’interesse diffuso. Da quando la Comunità è diventata Unione e si è allargata a est, le divisioni sono parse via via maggiori. Il direttore della Banca Mondiale, l’americano Robert Zoellick, ha fatto un richiamo molto forte all’Europa: “Sono passati vent’anni da quando l’Europa è stata unificata, in seguito alla caduta del muro di Berlino; sarebbe una tragedia lasciare che il continente si divida di nuovo”. L’evolversi della crisi, improbabilmente, condurrà alla fine dell’avventura europea, ma mette in luce l'inconsistenza del progetto politico.
Conclusioni
La gestione della crisi finanziaria in ambito comunitario si è rivelata lacunosa e debole. Il mezzo cambio di orientamento tedesco scongiura i rischi di bancarotta dei paesi dell’est. Tuttavia, lasciando all’FMI l’onere di salvare i governi in difficoltà, l’Unione Europea rinuncia a svolgere il ruolo di stabilizzatore nella macroregione. La finanza internazionale si è rivelata irrazionale: l’ampiezza della crisi è enorme ma non ancora calcolabile. L’Unione Europea dispone delle capacità per praticare un forte intervento, ma la sensazione è che si attenda l’ultimo momento, un attimo prima del baratro. Quando arriverà, però, potrebbe essere troppo tardi per agire.
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