A cura di Andrea Delitala e Marco Piersimoni – Investment Advisory di Pictet Funds
Il quadro per le attività rischiose resta complesso: la scarsità di mezzi finanziari impone una moratoria dei dividendi non solo alle Banche, e la protezione statale tutela il debito e non il capitale di rischio. La posizione complessiva di sottopeso azionaria è dunque confermata, così come la delega ai prodotti flessibili.
Questo posizione però non esclude acquisti quantomeno compensativi della riduzione
di peso azionario indotto dai ribassi delle quotazioni (ribilanciamento), nè il procedere
di acquisti programmati (tipo PAC). Con valutazioni che rasentano lo scenario
depressivo da noi ritenuto evitabile, le fasi di avvitamento del mercato come questa,
indotte dal sentiment più che da elementi oggettivi, sono occasioni di acquisto.
Confermiamo l’allocazione difensiva per le azioni, che si traduce in una preferenza per i
temi meno esposti alla fase ciclica. Dal punto di vista geografico, la preferenza va alle
azioni americane per il maggiore impegno anticiclico delle politiche USA.
Nonostante valutazioni a prova di scetticismo spinto (i mercati scontano utili più che
dimezzati rispetto al picco ciclico!), le notizie dei risultati delle società continuano a
trasferirsi sui prezzi, senza nessuna compressione del premio al rischio. L’ultima fase
ha in effetti visto un enorme sacrificio patito dagli azionisti, con tagli delle politiche di
dividendo non solo da parte delle banche ma anche delle società industriali. Un vero e
proprio shock è stato causato dal taglio dei dividendi di General Electric, società
simbolo dell’industria americana. La crisi degli utili è profonda, rende impossibile la
consueta stabilizzazione che le società preferiscono perseguire salvaguardando il
dividendo nelle fasi recessive, così aumentando il payout ratio (rapporto tra dividendi
ed utili). Il dividendo è una parte fondamentale dei rendimenti di lungo termine delle
azioni, ed è soprattutto un fattore molto caro agli investitori istituzionali che puntano a
ricevere un regolare flusso cedolare. Secondo alcuni studi la metà del rendimento di
lungo termine delle azioni è dovuto al dividendo: tagliare questa fonte di cassa
contribuisce a mantenere a livelli infinitesimali l’appetito per il rischio azionario.
La fine di questa punizione infinita, oramai più che proporzionale alle colpe, passerà o
per un ritorno di appetito degli investitori o attraverso dati macroeconomici robusti che
indichino la luce alla fine del tunnel.
Il mercato del reddito fisso ha dimostrato nel corso delle ultime sedute come sia
difficile per le attività finanziarie trovare equilibrio tra le due forze contrapposte
protagoniste di questo 2009: forze recessive da un lato, politiche reflazionistiche
dall’altro. Come risultato, segnaliamo quanto segue.
1) Nonostante le attività rischiose siano andate generalmente piuttosto male, i rifugi
classici del mondo obbligazionario non hanno svolto il loro compito di
protezione. In particolare, i titoli americani e quelli tedeschi si trovano grosso modo
sui livelli di rendimento del mese scorso. Le nostre valutazioni indicano che il treasury
ed il bund rimangono piuttosto cari da un punto di vista fondamentale; secondo le
nostre stime i tassi a lungo termine in Germania ed in USA dovrebbero essere più
elevati di circa 100 pb. In effetti, nel mese precedente avevamo segnalato la
stabilizzazione di un certo numero di spread legati ad attività rischiose, ora sono
emersi segnali meno incoraggianti, eppure i mercati principe del flight-to-quality non
ne hanno beneficiato. Riteniamo che la natura “schizofrenica” dei mercati, che
oscillano furiosamente tra deflazione e ritorno brutale dell’inflazione a causa delle
politiche di stimolo, deponga a favore del permanere di questa tensione nei prossimi
mesi. Il modo migliore per prendere esposizione alla durata finanziaria rimane quello
dei titoli legati all’inflazione: a differenza dei titoli nominali, questi offrono delle
valutazioni interessanti, con rendimenti reali vicini al 2.5%, prossimi a quanto si vede
nelle fasi di boom economico…dalle quali siamo piuttosto lontani!
2) Il mercato del credito ha perso buona parte di quanto aveva guadagnato
nelle prime settimane di febbraio. Nei mesi precedenti avevamo segnalato una
certa diffidenza verso il mercato high yield, sia per ragioni di liquidità che per ragioni
fondamentali: nell’aumento dell’avversione al rischio, i titoli di scarsa qualità hanno
mostrato la loro vulnerabilità, con spread in netto allargamento. Questo allargamento
è avvenuto anche nel comparto dei titoli ad alto rating (investment grade) e
seniority elevata, verso i quali abbiamo espresso una posizione costruttiva
sull’orizzonte strategico, concentrata soprattutto sui titoli bancari con scadenze
brevi. Gli eventi recenti non ci hanno fatto cambiare idea, confermiamo pertanto
questa impostazione. Tutte le manovre dei governi e delle autorità monetarie sono
protettive nei confronti dei creditori degli istituti finanziari, le società stanno attuando
politiche straordinariamente favorevoli agli obbligazionisti a scapito degli azionisti per
conservare accesso al credito, l’appetito degli investitori per titoli di alta qualità rimane
alto, come testimoniato dall’ottima accoglienza delle recenti mega-emissioni (Roche
$30 mld!). Sappiamo che non mancheranno passi falsi, in particolare i tassi di
fallimento aumenteranno: è imperativo affidarsi ad un portafoglio diversificato.
3) Nell’universo governativo, i meriti di credito si sono stabilizzati seppure
su livelli elevati. Il peggioramento della situazione economica e finanziaria dei paesi
dell’Europa dell’est, ha peggiorato sensibilmente la posizione dell’Austria ed ha
impattato in parte anche sulla curva italiana. Molto si è speculato su questo fronte nel
corso delle scorse settimane: riteniamo che la situazione sia gestibile direttamente da
organismi sovranazionali, probabilmente dal Fondo Monetario Internazionale la cui
capacità di erogare sussidi ai paesi in difficoltà dovrebbe essere più che sufficiente. Per
quanto riguarda direttamente l’Italia, crediamo che sia il mercato dei derivati sia il
mercato dei titoli di Stato offrano degli spunti interessanti. Come detto tante volte,
l’Italia non brilla storicamente per lo stato di salute delle finanze pubbliche, ma non ha
nemmeno commesso peccati capitali tipo Irlanda fornendo garanzie poco credibili.
Infine si ricordi che qualora i Paesi forti redessero esplicite forme di garanzie a favore
del debito (anche solo di nuova emissione) di alcuni membri deboli dell’EMU, come
lecito assumere dalle parole del Ministro delle Finanze tedesco, Steinbrueck, l’effetto
sarebbe una convergenza del rischio Paese su valori intermedi a detrimento dei titoli
tedeschi e francesi, sinora considerati ‘rifugio’ (safe haven).
“Estratto della Nota di Strategia di Pictet Funds – 13 Marzo 2009"
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