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Normativa



Una percorso ad ostacoli per la costituzione di un mercato europeo dei fondi

27 Aug 2002


Le differenze normative tra i diversi paesi aderenti all’Unione Europea, costringono le società di gestione continentali a combattere con barriere legali e culturali che frenano la diffusione dei loro prodotti al di fuori dei confini nazionali. Nonostante il moltiplicarsi del numero di nuovi prodotti registrati e offerti agli investitori, è possibile notare come la comparsa di fondi non compresi nella direttiva attualmente in vigore, lasci piena discrezionalità di accettazione o di rifiuto ai singoli paesi membri dell’Unione.

Secondo uno studio condotto congiuntamente dalla Federazione Europea dei Fondi e delle Società di gestione e dalla società di revisione e consulenza PriceWaterhouseCoopers, le differenze culturali e legali tra i diversi paesi stanno svolgendo una concreta e reale funzione frenante nell’ambito della creazione di un mercato europeo unico dei fondi comuni di investimento. Si tratta di una situazione limitante sia per le strategie commerciali delle società di gestione italiane che vogliano espandersi all’estero sia per le realtà straniere, in particolar modo quelle aventi sede legale in Lussemburgo e in Irlanda, che vogliano aggredire il nostro mercato.

Ricordiamo che la direttiva europea relativa all’investimento in prodotti dell’industria del risparmio gestito risale al 1985. Con l’applicazione di tale direttiva venne introdotta la figura del passaporto unico, strumento ritenuto valido ed indispensabile per fare in modo che un fondo registrato in uno dei paesi dell’Unione potesse essere facilmente commercializzato anche negli altri paesi. I problemi odierni sono legati all’apparizione di un gran numero di fondi che non rispettano il contenuto di tale direttiva, e che pertanto non possono conseguire il passaporto unico. L’impossibilità di ottenere il passaporto, comporta che i problemi inerenti la commercializzazione del fondo al di fuori dei confini nazionali sia affidata all’interpretazione fatta dal supervisore del paese al quale si chiede l’autorizzazione.

E’ questo, per esempio, il caso dei cosiddetti fondi di fondi, di quelli che fanno ricorso a strumenti derivati e di quelli che investono in depositi bancari. Secondo lo studio in questione, per alcuni di questi prodotti i problemi verranno risolti nel 2003, anno in cui entreranno in vigore nuove direttive che andranno a sostituire quelle attualmente in vigore. Per altri tipi di fondi sarà necessario attendere più a lungo. In particolare, la situazione dei prodotti che utilizzano strumenti derivati ha dato il via ad un dibattito molto serrato negli ultimi mesi. I supervisori dei singoli Stati europei affermano che le limitazioni alla diffusione di tali prodotti sono necessarie per tutelare gli investitori da rischi spesso inimmaginabili. D’altronde, è cosa certa che le vendite allo scoperto e l’utilizzo di strumenti provvisti di una leva finanziaria eccessiva, possono generare anche perdite illimitate.

Secondo il parere di coloro che hanno condotto l’indagine, la commercializzazione di quest’ultima tipologia di prodotti sarà difficoltosa anche nell’eventualità in cui venga loro concesso il passaporto. Infatti, il problema principale consiste nel livello di informazioni richieste da ciascun supervisore nazionale per procedere all’autorizzazione relativa alla commercializzazione del prodotto. A fronte di un livello di informazioni poco approfondite richieste dal regolamento europeo, esiste una richiesta frequente di informazioni supplementari da parte dei legislatori nazionali. Non bisogna poi dimenticare che un altro freno alla commercializzazione è costituito dai diversi trattamenti fiscali riservati ai prodotti del risparmio gestito europei.

Ai problemi fin qui trattati, se ne aggiungono altri di diversa natura. Si pensi, per esempio, alla diversa incidenza delle tasse di registrazione nei diversi paesi. In Svizzera, a seconda del tempo impiegato dal supervisore per analizzare il prodotto proposto, il costo di registrazione può variare dai 1250 ai 12500 euro. In altri paesi, il costo si calcola stabilendo una percentuale rispetto all’ammontare che viene commercializzato. Il risultato di tali macroscopiche differenze, consiste spesso nella decisione, da parte delle singole società di gestione, di concentrare le proprie vendite soltanto in quei pochi paesi che offrono loro le migliori condizioni.

Secondo i responsabili dello studio, il 43 dei fondi provvisti di passaporto viene commercializzato in uno o due paesi della Ue. Il 63 del totale viene invece commercializzato in soli tre Stati. A detta della PricewaterhouseCoopers, l’Italia viene considerata come uno dei mercati più interessanti dalle società di gestione aventi sede fuori dai nostri confini. Secondo gli esperti della società di consulenza, resta ancora molto da fare per costruire un vero mercato unico europeo dei fondi comuni di investimento. A tal proposito, gli sforzi maggiori andrebbero indirizzati verso un’armonizzazione delle pratiche contabili e dei principi valutativi utilizzati dalle diverse legislazioni.




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