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I fondi degli altri



Riusciranno i tassi bassi a spingere i risparmi verso gli investimenti di tipo azionario?

23 Aug 2001

Il pesante taglio ai tassi di interesse statunitensi di breve periodo apportato dalla Federal Reserve durante gli ultimi dodici mesi, ha finora determinato il raggiungimento di un unico risultato: la riduzione del costo dell’indebitamento per le imprese e per i risparmiatori, con la speranza di far decrescere in tal modo le possibilità che l’economia nordamericana scivoli in una profonda recessione. Ma la Banca centrale non può apportare cambiamenti ai tassi sui prestiti contratti senza dover di conseguenza influenzare il livello e la direzione dei risparmi dei cittadini statunitensi.

Gli operatori di Wall Street si attendono che questo movimento al ribasso dei tassi determini prima o poi uno spostamento dei risparmi americani dai tranquilli, ma a questi livelli poco redditizi money market funds, agli strumenti di tipo azionario, e che ciò dovrebbe risollevare le sorti della borsa. Quest’ultima pare indubbiamente essere una logica deduzione, ma spesso queste ultime non si verificano.

L’esperienza degli ultimi dieci anni dimostra che l’adozione di una politica monetaria espansiva non ha comportato quel deflusso di capitali che dagli investimenti a breve termine doveva dirigersi verso la borsa. Anzi, i dati relativi alle ultime ricerche dimostrano come dal 1990 ad oggi, l’ammontare di dollari presenti nei fondi comuni di investimento obbligazionari a breve termine si è mantenuto costante. Nello stesso periodo, gli statunitensi hanno però aumentato la quota di denaro investita in azioni. Ecco perché gli operatori di Wall Street stanno già assaporando un probabile recupero degli scambi e dei valori azionari, sulla scia di un eventuale ritorno di fiamma per la borsa. Attualmente, i money market funds assorbono circa 2,1 trilioni di dollari, mentre i fondi di tipo azionario inglobano 3,7 trilioni di dollari, stando alle fonti fornite dall’Investment Company Institute. Il denaro che invece si trova depositato nei cosiddetti money markets deposits accounts, ammonta a 2,1 trilioni di dollari. Un altro trilione di dollari è depositato nei certificati di deposito a breve termine emessi dalle banche statunitensi. Nel complesso, il mercato finanziario statunitense, sempre stando agli ultimi dati forniti dall’Investment Company Institute, è un colosso contenente all’incirca 12 trilioni di dollari. L’ammontare di denaro investito in strumenti finanziari a breve termine è pari a circa 5,1 trilioni di dollari. Supponendo che il 10 per cento di tale ammontare fuoriesca dagli investimenti a breve termine e si diriga verso quelli di tipo azionario, si determinerebbe uno spostamento di denaro pari a circa 500 miliardi di dollari. In pratica, potrebbe essere ipoteticamente convogliata verso i fondi azionari una somma molto più consistente dei 140 miliardi di dollari che si sono riversati sul Nasdaq durante il primo trimestre del 2000, provocando un’impressionante accelerazione dell’indice e il raggiungimento di nuovi record. Gli analisti dell’Investment Company Institute affermano però che il verificarsi di una tale situazione è abbastanza irrealistico, visto anche l’andamento storico dei fondi statunitensi che investono nel breve termine.

L’ultima volta in cui Greenspan ha provveduto a mantenere il tasso di sconto al di sotto del 4 per cento, è stato nel 1994. Alla fine di tale anno la Federal Reserve iniziò ad aumentare il livello dei tassi, dopo che per ben due anni, il 1992 e il 1993, li aveva mantenuti particolarmente bassi al fine di dare una spinta al sistema produttivo e allontanare il rallentamento allora in corso. L’Investment Company Institute precisa che nel biennio 1992-1993, gli assets dei money market funds hanno subito solo lievi oscillazioni, e che i dati mostrano come una percentuale minima del capitale in essi investita, pari al 3 per cento del totale, abbia abbandonato tale forma di investimento. L’unica variazione di rilievo ha riguardato i certificati di deposito, che in quel periodo hanno fatto registrare una forte flessione del loro patrimonio. Pare però che questo flusso di capitale in uscita dai certificati di deposito si sia diretto verso i fondi obbligazionari che investono nel medio e lungo periodo, e verso i depositi bancari.

Nel periodo compreso tra il 1991 e il 1993, i fondi obbligazionari che investono nel breve e nel lungo periodo hanno fatto registrare un aumento di 140 miliardi di dollari, mentre i depositi bancari sono cresciuti addirittura di 175 miliardi di dollari. Dopo il 1994, appena la Fed cominciò a prendere provvedimenti di politica monetaria di tipo restrittivo, ritornò l’interesse dei risparmiatori per i money market funds.

L’analisi mostra quindi che in periodi caratterizzati da tassi decrescenti, i patrimoni dei money market funds riescono a mantenere le posizioni, e che nelle fasi in cui i tassi crescono, essi riescono ad esercitare un buon livello di attrazione sugli investitori. A questi dati statistici va aggiunto anche un aspetto di natura puramente psicologica, il trasferimento di ingenti patrimoni dai prodotti a basso rischio a quelli caratterizzati da livelli di rischio ben più elevati e concretamente realizzabili, verrà sicuramente frenato anche dalla brutta esperienza vissuta da molti investitori statunitensi nel corso dell’ultimo anno, soprattutto da quelli che a suo tempo decisero di investire pesantemente sui titoli quotati al Nasdaq.




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