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Il caso



I mali della contabilità creativa secondo Stiglitz

11 Nov 2003


La cosiddetta contabilità creativa e le stock option, rappresentano uno degli elementi centrali del nuovo lavoro realizzato dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz. Il libro di Stiglitz si intitola ‘I felici anni ’90. Il seme della distruzione’. Le considerazioni fatte dal premio Nobel per l’economia 2001, non si limitano ai danni provocati da pratiche contabili non proprio corrette. L’analisi di Stiglitz si spinge oltre, evidenziando alcuni dei rischi che potrebbero materializzarsi nel prossimo futuro. Secondo lo studioso, l’economia degli anni Novanta ha sperimentato tassi di crescita sconosciuti a quelli che un’intera generazione può mettere a segno nel corso della sua esistenza. Gli esperti e la stampa hanno dato il loro contributo alla diffusione di una previsione di crescita economica senza limiti che si è successivamente rivelata senza alcun fondamento.

Secondo l’economista, la realtà ha invece dimostrato ancora una volta il vero volto di un sistema che sconta i periodi di iper attività economica con l’avvento di crisi profonde. D’altronde, sostiene Stiglitz, quest’ultima sequenza di eventi rappresenta una legge che permea il capitalismo fin dalla sua nascita avvenuta più di duecento anni or sono. Secondo lo studioso, uno dei motivi rilevanti alla base del crollo dei listini azionari iniziato nel marzo del 2000 deve essere ricercato nella strana pratica che prevedeva un compenso del lavoro svolto dal management delle corporate attraverso il ricorso alle famose stock option. Ricordiamo che tale pratica prevedeva la distribuzione di titoli azionari della società a prezzi solitamente inferiori rispetto a quelli fatti segnare dal mercato. Anche se il fenomeno delle stock option non proviene direttamente dal mondo delle aziende operanti nel comparto High Tech, è però importante evidenziare come siano state proprio queste ultime società a farne un uso esagerato. La pratica di distribuire delle stock option si è successivamente estesa anche alle corporate della cosiddetta Old Economy.

Le stock option venivano allora considerate come uno dei metodi per far si che gli interessi degli azionisti potessero in qualche modo collimare con quelli del management alla guida dell’azienda. La storia ha però dimostrato che niente di tutto ciò si è rivelato più errato. Nel momento in cui i componenti dell’esecutivo di una corporate ricevono delle stock option, l’azienda è di fatto costretta a procedere all’emissione di nuove azioni. A tal proposito, Stiglitz sviluppa un esempio quantitativo per spiegare le conseguenze derivanti dalla distribuzione delle stock option sul valore degli azionisti. Ipotizziamo dunque sia che esistano un milione di titoli azionari di una corporate sia che ciascuna delle azioni valga 30 dollari. Da un rapido calcolo si può arrivare a conoscere la capitalizzazione di Borsa del titolo. Nel caso del nostro esempio, la capitalizzazione ammonta a trenta milioni di dollari. Nell’ipotesi esagerata in cui i manager ricevano un milione di azioni a titolo gratuito, gli azionisti della corporate dovranno ripartire la loro ricchezza con questi nuovi azionisti. L’operazione comporterebbe un dimezzamento del valore del titolo azionario. In pratica, sostiene l’economista, gli azionisti si troverebbero a versare 15 milioni di dollari al management attraverso una riduzione della quotazione del titolo in Borsa. Le cose funzionano in modo leggermente diverso nel caso in cui i nuovi azionisti siano tenuti a versare una parte del valore del titolo per procedere all’acquisto delle stock option. Anche in quest’ultimo caso la differenza tra i due valori andrebbe ad intaccare la ricchezza dei vecchi azionisti.

Stiglitz afferma che l’analisi delle implicazioni di tipo fiscale connesse alle stock option, dimostri come il costo per gli azionisti delle corporate sia stato ancor più elevato. Grazie al fatto che le stock option non figurano mai come costi, non vi è alcun tipo di deduzione fiscale sugli utili dichiarati dall’azienda. Nel momento in cui l’esecutivo vende l’opzione, paga semplicemente l’imposta sul capital gain realizzato. A fronte di tale operazione, la corporate non può portare in deduzione nulla dal monte imposte. Stiglitz evidenzia inoltre il carattere truffaldino insito nell’opera di massimizzazione del valore del singolo titolo che veniva realizzata simultaneamente alla concessione delle stock option. A conclusione di tali considerazioni, il premio Nobel definisce le stock option come veri e propri furti perpetrati ai danni degli azionisti. Secondo Stiglitz, la distribuzione di stock option ha rappresentato un modo per gonfiare a dismisura i compensi del management delle corporate. La distruzione di corporate del calibro di Enron, WorldCom e Vivendi Universal, dimostrano quanto tale pratica sia stata dannosa per l’economia dei paesi industrializzati. L’introduzione delle stock option ha portato alla nascita di un sistema nel quale la remunerazione dei manager dipendeva dal corso di breve periodo di un titolo azionario. E allora, quale migliore occasione per gonfiare a dismisura il prezzo di un’azione.




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