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Il caso



I saliscendi delle Borse mettono alle corde la gestione passiva

24 Sep 2009

A cura di Rocki Gialanella

Nell’ultimo decennio, l’utilizzo degli strumenti a gestione passiva non ha premiato l’investimento in azioni basato sulla strategia buy and hold

La crisi finanziaria degli ultimi due anni e il forte calo delle quotazioni azionarie accumulato fino allo scorso 8 marzo hanno messo in discussione le tesi appoggiate dai difensori della gestione passiva. Questa modalità di investimento fa perno sull’ipotesi di mercati efficienti, secondo cui sarebbe impossibile battere in maniera continuativa gli indici, perché gli investitori sono razionali e il prezzo degli assets rifletterebbe in ogni momento tutta l’informazione esistente nei mercati e le aspettative degli stessi investitori.

Trattasi di una modalità gestionale che sostiene sia meglio cercare di approssimarsi al mercato seguendo una strategia basata sul buy and hold, acquistare e mantenere, perché si suppone che nel lungo termine non ci siano gestori in grado di battere gli indici. Il problema è che l’investitore che dieci anni fa –un periodo di tempo sufficientemente lungo- avesse optato per una strategia buy and hold attraverso –per esempio- l’investimento in un Exchange traded fund focalizzato sull’Euro Stoxx 50 starebbe, dieci anni dopo, perdendo denaro.

Per gli investitori che preferiscono operare in Euro, l’indice più utilizzato è l’Euro Stoxx 50. Questo indicatore ha toccato un massimo di 5.464 punti il 7 marzo del duemila. Nove anni dopo, il 9 marzo del 2009, ha raggiunto un minimo di 1810. Magari non si avrà avuto la sfortuna di investire sui massimi e disinvestire sui minimi, ma se così fosse stato, il risultato sarebbe una perdita nominale del 67% dopo ben nove anni di attesa.

Nello stesso periodo, molti fondi con una vocazione per la gestione flessibile sono riusciti ad ottenere risultati nettamente migliori (in altre parole a limitare i danni) in virtù della possibilità –offerta al gestore- di apportare delle variazione alla componente azionaria del proprio portafoglio, in ragione delle prospettive delineate per il mercato.

E pare che i migliori strumenti per affrontare questo decennio al ribasso siano stati fondi che non legano le proprie sorti ad un indice, ma che abbiano la possibilità di gestire in modo del tutto flessibile il patrimonio (magari portando a 0 o 100 la quota destinata all’azionario in funzione delle aspettative del gestore). In pratica, la gestione attiva ha maggiori chance di successo nei periodi caratterizzati da forti saliscendi delle quotazioni, ma a patto di non essere concepita come un processo di mera selezione dei titoli e una caccia alla limitazione del tracking error legati all’andamento di un indice di mercato.

In una lunga fase che ha premiato soltanto i manager in grado di controllare razionalmente i rischi assunti, l’idea della gestione passiva a tutti i costi non ha dato buoni risultati. Alla fine del 2007, quando gli indici azionari hanno raggiunto il massimo storico, tutti gli assets a rischio elevato offrivano un rendimento atteso inferiore a quello garantito dai titoli di stato a medio-lungo termine.




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