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Analisi Geopolitica



Grecia: Crisi politica ed economica. Le sfide di Papandreu

08 Feb 2010

A cura di Antonello Cadinu

Accanto alla politica di risanamento che verrà intrapresa dal governo nazionale un ruolo chiave potrebbe essere giocato dalla Banca Centrale Europea e dai Paesi dell’Eurozona, in modo particolare dalla Germania. Al momento, sembrerebbe questa la sola via per il risanamento dell’economia greca.

Grecia crisi economica e fratture politiche: una chiave di lettura

La Grecia appare un Paese in forte crisi a partire dal 2008. Il Paese è caratterizzato da un sistema economico fragile e scarsamente competitivo e da un sistema politico in crescente affanno. Nell’esaminare l’attuale situazione greca entrambe le variabili vanno prese in considerazione e valutate nella loro rispettiva compenetrazione. Per quanto concerne l’aspetto economico la situazione greca appare piuttosto complessa e allarmante anche in comparazione a quella di altri Paesi europei.Rilevano alcuni dati presentati dal FMI, il deficit di bilancio, nel 2009, ha raggiunto il 12,7% del Pil e le previsioni per il debito pubblico del Paese nel 2010 attestano il superamento del 120% del Pil. In relazione agli obblighi di Maastricht, la Grecia non pare in grado di rispettare tali oneri e di implementare una politica economica capace di garantirne il rispetto. Inoltre, la situazione economica greca è ulteriormente aggravata dalla scarsa trasparenza delle statistiche nazionali. La presentazione di dati economici falsati, infatti, è alla base della perdita di credibilità della Grecia e rende ancora più complesso un aiuto da parte dei Paesi dell’area Euro. Un fatto sul quale l’ECOFIN intende portare avanti un costante monitoraggio al fine di valutare l’impegno greco al risanamento.La situazione politica in Grecia rappresenta un ulteriore ostacolo per intraprendere le riforme strutturali, suggerite da alcuni rappresentanti dell’Unione Europea in visita ad Atene dal 6 all’8 gennaio scorso, necessarie per ridare vita al sistema economico. La decisione di intraprendere delle riforme economiche di carattere restrittivo al fine di riportare in linea i parametri economici greci potrebbe, infatti, essere alla base di nuove tensioni sociali. A tale proposito appare significativo l’ordigno fatto esplodere nelle vicinanze del Parlamento greco ad Atene il 10 gennaio scorso, all’indomani della partenza della delegazione dell’Unione Europea. Non si tratta di un atto circoscritto, ma è l’ultimo episodio di un’escalation di violenza che affligge il Paese dal 2008. Gli attentati hanno uno scopo dimostrativo e sono attribuibili a gruppi di tendenze anarchiche o legati agli ambienti dell’estremismo di sinistra e mirano ad avvelenare la normale dialettica politica. L’eventualità di una stretta economica da parte delle autorità nazionali, inoltre, ha messo in allarme le forze sindacali che hanno minacciato uno sciopero generale per il 10 febbraio prossimo.Il legame tra economia e politica appare, dunque, essere la chiave di volta della crisi greca e pone l’attuale governo in una difficile posizione; conteso tra le pressioni europee e l’inasprimento della situazione sociale interna.

Il Governo Papandreu: un piano di rinascita?

Il nuovo governo, eletto l’ottobre scorso, ha dovuto affrontare la pesante situazione economica già a partire da novembre. Il 14 gennaio scorso Papandreu ha proposto un piano triennale di risanamento finalizzato a ridurre il rapporto deficit/Pil dall’attuale 12% al 2,8% a partire dal 2012 e garantire la stabilità economica del Paese. Per realizzare questo progetto sono necessarie una serie di riforme strutturali che diano alla Grecia nuova competitività sui mercati mondiali: una riforma del sistema salariale e l’implementazione di una serie di modifiche al mercato del lavoro al fine di garantire una maggiore flessibilità. Non meno importante, una riforma del sistema pensionistico.La via riformista tracciata dal governo di Papandreu non appare certa. Infatti, all’interno della sua stessa coalizione si contrappongono due anime. Da un lato il Ministro dell’Economia, Louka Katseli, propone delle misure orientate a stimolare la crescita e combattere l’evasione fiscale ormai endemica; dall’altro il Ministro delle Finanze, Giorgios Papakonstantinou, è promotore di una politica economica restrittiva che preveda ingenti tagli alla spesa pubblica e l’emissione di titoli di Stato in dollari a investitori statunitensi e asiatici, per un totale di 55 miliardi di euro. Inoltre, la spinta riformatrice del nuovo governo potrebbe essere ulteriormente frustrata dalla perdita di credibilità del Paese di fronte ai Paesi membri dell’Eurozona e di fronte alle agenzie di rating. Appare sintomatico, infatti, che il dicembre scorso “Ficht Ratings”, “Standard & Poor” e Mody” abbiano rivisto al ribasso il rating della Grecia fornendo uno stimolo negativo agli investitori stranieri.

Il ruolo europeo nella crisi greca e la clausola di non salvataggio

La Grecia è un membro dei Paesi dell’Eurozona e la sua situazione economica potrebbe avere pesanti ripercussioni anche sugli altri Paesi membri e sulla valuta comune stessa. Per questo motivo la soluzione della crisi greca non potrà non passare attraverso le istituzioni europee. Al momento la BCE e le altre istituzioni si sono limitate a suggerire una serie di indicazioni che la Grecia dovrà seguire nel breve termine nonché a controllarel’evoluzione della situazione. Se il Presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Juncker, ha escluso l’ipotesi della bancarotta greca, rendendo più remota l’ipotesi di un’assistenza tecnica da parte del FMI, il Presidente della BCE, Jean-Claude Trichet ha sottolineato che, pur riconoscendo le difficoltà della Grecia, l’Europa è impossibilitata ad agire e la soluzione della crisi dovrà essere ricercata nella politica fiscale implementata dal nuovo esecutivo. Per spiegare i motivi di tale situazione è intervenuto Jürgen Stark, membro del comitato esecutivo della BCE, che in un’intervista a “Il Sole 24 ore” ha asserito: “Le regole, ribadite in una dichiarazione dell'ECOFIN a Cardiff nel 1998, sono chiare: la partecipazione all'Unione monetaria non consente alcun diritto a rivendicare sostegno finanziario da parte di uno Stato membro” e ha continuato: “I Trattati prevedono la clausola di non salvataggio e le regole vanno rispettate. È un aspetto cruciale per garantire il futuro di un'Unione monetaria tra Paesi sovrani con bilanci nazionali. I mercati si illudono quando pensano che a un certo punto gli altri Stati membri metteranno mano al portafoglio per salvare la Grecia”. Nonostante il fermo orientamento delle autorità monetarie europee la questione greca non appare del tutto lineare e il peso del governo di Berlino potrebbe rivelarsi fondamentale nell’imprimere una svolta. Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, aveva parlato il 10 dicembre scorso di una responsabilità comune dell’Europa nei confronti della Grecia, lasciando intravedere la possibilità di un ruolo più attivo della BCE e degli altri Paesi dell’Eurogruppo nel risolvere l’attuale contingenza greca. L’attivismo del governo tedesco a favore della Grecia, inoltre, appare confermato dal recente appoggio al piano di risanamento pubblico. Dietro la benevolenza tedesca potrebbe celarsi la necessità di negoziare il debito che la marina ellenica ha contratto con la HDW, legata alla Thyssen Krupp, inerente l’acquisto di quattro sottomarini per un totale di circa 500 milioni di euro. L’aiuto della Germania, in ultima istanza, sarebbe condizionato all’appianamento dei debiti contratti dalla Grecia nei confronti delle industrie tedesche.

Conclusioni

Nonostante le aperture tedesche, la situazione greca appare fortemente orientata all’instabilità e irrimediabilmente intrappolata nel dilemma, inizialmente espresso, del legame tra crisi economica e politica che potrebbe portare a un crollo sistemico che non gioverebbe alla stabilità del Paese e dell’Unione Europea.