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Analisi Geopolitica



Medio Oriente: il ruolo egemone della regione nel mercato globale del petrolio

01 Mar 2010

A cura di Federico Baragli

Il petrolio continua ad essere una variabile indispensabile per comprendere le principali dinamiche della regione mediorientale. Il Medio Oriente, regione nella quale si concentrano i primi paesi al mondo per produzione di greggio, si configura come centro di gravità del mercato globale, si stima che circa il 66% delle riserve petrolifere totali si trovino nella penisola arabica, in Iran, in Iraq, e in minor misura, ma si parla sempre di cifre considerevoli, in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. Della produzione totale annuale dei paesi OPEC, pari a circa 57 milioni di barili giornalieri, quasi 30 milioni provengono dalla regione del Golfo, rendendo quest’area estremamente importante sia per l’approvvigionamento dell’oro nero, sia per quanto riguarda i possibili scenari e i precari equilibri futuri.

Nel 2010, anno del cinquantesimo anniversario della fondazione dell’OPEC, la produzione di greggio nell’area del Golfo è appena inferiore ai 30 milioni di barili al giorno, ma la capacità produttiva dei Paesi OPEC supera i 35 milioni di barili, notizia questa che tranquillizza, perlomeno relativamente, i destinatari del petrolio mediorientale. Paesi come Cina, Giappone, India e Corea del Sud, si configurano come i principali importatori del greggio mediorientale, con percentuali superiori al 10% per Giappone e Cina, di poco inferiori per India e Corea. Particolare importanza, per comprendere gli sviluppi e le principali dinamiche future del mercato del greggio, ha il prezzo del petrolio. Tale prezzo, soprattutto nell’area mediorientale, è influenzato da una serie di variabili, la più importante delle quali è la stabilità della regione, cioè, essendo il prezzo del petrolio estremamente volatile e suscettibile ai minimi cambiamenti geopolitici, qualunque azione o dichiarazione che turbi i precari equilibri regionali, inevitabilmente influisce sul prezzo del barile (esemplare è l’aumento del prezzo del petrolio a seguito dell’invasione iraniana dei pozzi iracheni, avvenuta lo scorso dicembre). Tra gli altri fattori che concorrono a determinare il prezzo del petrolio, importanza crescente acquista la capacità di trasporto il greggio dal giacimento alle raffinerie, e successivamente dalle raffinerie verso gli oleodotti e dunque i principali centri si smistamento globali. È presumibile che il costo del barile nei prossimi anni non scenda sotto un range di 70-80 dollari, questo perché la stabilità della regione, seppure con numerosi distinguo, non sembra volgere verso miglioramenti sostanziali, inoltre i necessari investimenti per la modernizzazione e lo sviluppo di nuovi canali di trasporto sono diventati sempre più costosi. Un prezzo relativamente alto e stabile ovviamente rende i Paesi produttori capaci di maggiori investimenti e genera un surplus economico non indifferente, aumentando gli introiti e dunque la ricchezza del Paese. Ma l’evoluzione principale dell’ultimo decennio è la crescita esponenziale della domanda interna dei paesi produttori di petrolio, primo fra tutti l’Iran, che pur essendo il terzo paese esportatore deve soddisfare un fabbisogno energetico nazionale in crescente aumento.

Iran: tra sussidi e indipendenza energetica

Le riserve totali iraniane ammontano a circa 140 miliardi di barili provenienti prevalentemente da quaranta pozzi produttivi, 27 dei quali onshore, cioè nel sottosuolo nazionale, dislocati soprattutto lungo il confine con l’Iraq, cosa questa che ha causato e causa tutt’oggi vari problemi derivanti dalla rivendicazione della nazionalità di alcuni giacimenti, e 13 offshore, tra i quali il più importante è quello dell’isola di Qesham che fornisce circa 115 mila barili al giorno. Il problema principale dell’Iran è la scarsa efficienza delle apparecchiature estrattive e l’inadeguata capacità di raffinazione che, unita al costante aumento della popolazione e dunque del consumo domestico di petrolio (pari a circa il 13% negli ultimi cinque anni), paradossalmente rendono il Paese, ricchissimo di greggio, dipendente per il soddisfacimento della domanda interna da altri fornitori regionali. Il governo di Teheran si sta adoperando per superare tale ostacolo stanziando ingenti finanziamenti per la costruzione di nuovi impianti di raffinamento e per la modernizzazione di quelli già esistenti, in modo da espandere la propria capacità produttiva e limitare la dipendenza energetica da paesi quali Arabia Saudita, suo competitor regionale. A tal proposito la strategia dll'Iran è quella di differenziare il proprio approvvigionamento estero, in particolare l’obiettivo del clero di Teheran è quello di negoziare prezzi vantaggiosi per l’importazione di petrolio raffinato da Paesi “amici”, come ad esempio il Venezuela di Chavez, e diversificare la propria fornitura energetica, sfruttando gli immensi giacimenti di gas naturale, secondi soltanto alle sconfinate riserve russe, pari a poco meno di 30 miliardi di metri cubi, per una quota globale pari al 16%.

Il ruolo strategico della monarchia saudita nel futuro mercato petrolifero

L’Arabia Saudita è il Paese con le maggiori riserve di petrolio in assoluto stimate intorno a circa 260 miliardi di barili, poco più del 22% di tutto il petrolio presente al mondo. Sul territorio saudita sono stati scoperti i due giacimenti più estesi mai rinvenuti: quello di Ghawar nel sottosuolo saudita, e quello di Safaniya e Marjan offshore. La monarchia saudita è il primo produttore mondiale di greggio con un volume di estrazione giornaliero pari a quasi 11 milioni di barili, circa il 13% della produzione mondiale, è stato uno dei pochi Paesi che ha visto aumentare la propria produzione anche all’apice della crisi mondiale con un trend positivo di crescita pari al 4%. L’enorme esportazione, favorita anche dalla ripresa dei prezzi al barile del petrolio, consente al paese saudita di poter stanziare ingenti fondi per il miglioramento e l’ulteriore esplorazione del territorio alla continua ricerca di nuovi giacimenti da rendere operativi. Il futuro del mercato petrolifero dipende quasi totalmente dalle scelte e dalle decisioni della corona saudita, infatti, se nel resto del mondo le riserve sembrano ridursi, a volte quasi anche esaurirsi, in Arabia Saudita, grazie alla continua esplorazione e ad una razionalizzazione del consumo domestico, le riserve si mantengono pressoché invariate. Infatti, accanto alla riduzione fisiologica di alcuni giacimenti, le nuove esplorazioni, terminate positivamente, hanno evidenziato come il territorio saudita sia ancora ricco di petrolio, cosa che rende il paese strategicamente vitale, soprattutto nel medio - lungo periodo, per il futuro approvvigionamento energetico mondiale.

Oltre a Iran e Arabia Saudita: il caso iracheno

Accanto ai due giganti petroliferi, nella regione del Golfo convivono altre realtà estremamente dinamiche e produttive come il Kuwait (2,7 milioni di barili al giorno con un trend positivo del 5,3%), gli Emirati Arabi Uniti (poco meno di 3 milioni di barili al giorno con un incremento del 2%) e l’Iraq. Quest’ultimo sembra progressivamente uscire dalla stagnazione economica sofferta fino a tutto il 2008 grazie soprattutto a ingenti investimenti nello sviluppo e nel miglioramento della propria capacità produttiva. L’Iraq è il terzo paese del Golfo per riserve petrolifere (120 miliardi di barili di riserve, circa il 9% delle riserve totali della regione, di poco inferiori a quelle iraniane), ma la sua produzione è minore di quella del Kuwait e degli Emirati de è pari a 2,4 milioni di barili al giorno. Attraverso accordi e joint venture con compagnie straniere, l’Iraq si configura come una delle realtà più dinamiche e più lanciate verso una crescita della produzione, basti pensare che dalla fine del 2008 alla fine del 2009 ha fatto registrare un incremento positivo della produzione pari al 13%, il maggiore di tutti i Paesi produttori di greggio, OPEC e non OPEC. La volontà del governo di Baghdad è quello di aumentare la produzione, dagli odierni 2,4 milioni, fino a circa 6 milioni di barili al giorno nei prossimi 4-5 anni, a tal proposito sono già stati stipulati accordi con BP e CNPC volti a migliorare e razionalizzare lo sfruttamento degli immensi giacimenti iracheni, specialmente il giacimento di Rumaila di quasi 18 miliardi di barili di riserve.

Conclusioni

Il Medio Oriente ha tutte le caratteristiche per continuare a giocare un ruolo dominante sugli equilibri energetici e dunque economici globali. Finché il petrolio rimarrà la principale risorsa energetica, i Paesi del Golfo ed in particolare Iran, Arabia Saudita e in minor misura l’Iraq, potranno contare su un potere contrattuale enorme, potere traducibile anche in peso politico regionale non indifferente. Ma l’instabilità della regione, insieme ad una crescente diffidenza verso l’Occidente di molti Paesi ricchi di petrolio, hanno progressivamente portato i Paesi europei a diversificare le loro fonti di approvvigionamento, preferendo stipulare contratti energetici importanti con gli attori del Caucaso e dell’Asia Centrale, sicuramente non meno instabili, ma desiderosi di avvicinarsi politicamente ed economicamente all’Europa. Inoltre, tali Paesi sono più efficacemente allacciati ai principali oleodotti internazionali, più sicuri e diretti e meno soggetti a sabotaggi ed a danneggiamenti.

Lo scenario odierno, ma anche quello di futuro non molto prossimo, vede un progressivo spostamento dell’asse economico mondiale: le esportazioni mediorientali sono sempre più dirette verso le regioni dell’Asia orientale, soprattutto verso Cina e India, i due motori dell’economia regionale asiatica e mondiale.




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