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I fondi degli altri



Aumenta la liquidità nei fondi azionari statunitensi. Analizziamo le strategie e le correlazioni che derivano da questa tendenza

20 Apr 2001


Dopo molti anni in cui la liquidità ha avuto un peso marginale all’interno del portafoglio dei fondi comuni di investimento statunitensi, i fund managers hanno, da un po’, cominciato a sovrappesarla. Facendo riferimento ai valori di febbraio di quest’anno, la liquidità presente negli USA Stock funds, è salita fino a rappresentare il 6 degli assets. Se si pensa che nel mese di Aprile del duemila, la percentuale era del 4,3, si può notare come l’aumento sia stato di circa il 40. Per ora, siamo ancora al di sotto dell’8 di liquidità detenuta in media dai fondi azionari nordamericani nel periodo compreso tra il 1965 e il 2000. Ma il 6 risulta essere comunque la percentuale più alta dal 1998, anno in cui si verificò una crisi finanziaria globale, legata al default del debito russo. Gli analisti di Lipper Inc, società che si occupa dell’analisi dei fondi, affermano che non vi è una ragione specifica che giustifichi questa tendenza. Le cause sono sicuramente più di una. In primo luogo, quando il mercato crolla, vi è la naturale ma non razionale tendenza dei risparmiatori, a chiedere il riscatto delle quote sottoscritte. In secondo luogo, vi è la discrezionalità dei manager, che possono in parte scegliere la strategia da adottare. Secondo l’analisi condotta da Lipper Inc, è molto probabile che la prima causa sia stata determinante per l’aumento della percentuale dedicata alla liquidità. Dallo studio emerge, infatti, che solo una ridottissima quantità di fund managers effettua un’attività di market timing. Ciò significa, in base ai dati analizzati, che solo pochi gestori accrescono la liquidità, anticipando un eventuale crollo dei mercati azionari. La maggior parte dei gestori è molto più attratta dallo stock picking, dalla ricerca dell’affare. I fund managers affermano di non applicare il market timing perché la considerano una tecnica eccessivamente semplicistica. Probabilmente, la verità risiede nel fatto che i gestori sono continuamente angosciati dal confronto con gli altri fondi della stessa categoria, e, nel caso dei fondi a gestione attiva, dalla necessità di battere il benchmark di riferimento. Vediamo ora qualche esempio concreto. Consideriamo il Sit Small Cap Growth, il cui fund manager è Gene Sit. Di solito, Sit mantiene una liquidità pari a circa il 4 del patrimonio del fondo. Ma, nel mese di Ottobre dello scorso anno, Sit aveva portato la liquidità fino al 22, sostenendo che, in quel momento, le buone opportunità di acquisto erano ormai scarse. Successivi acquisti fatti in modo selettivo, hanno fatto scendere tale percentuale fino al 14. Questo comportamento ha premiato il fund manager, dato che nel periodo compreso tra Ottobre 2000 e Marzo 2001, i mercati sono stati caratterizzati da una fase molto negativa. Infatti, mentre gli altri fondi appartenenti alla stessa categoria, hanno perso in media il 10 negli ultimi tre mesi, il fondo guidato da Sit ha limitato le perdite all’ 1,3. Altro esempio in tal senso, è fornito dalla strategia adottata da Manu Daftary, fund manager del Quaker Aggressive Growth. Nella primavera del duemila, poco prima che i titoli tecnologici cominciassero a franare, il gestore statunitense ha portato la percentuale del patrimonio detenuta in liquidità, fino all’80. Tale strategia, caratterizzata da un’impostazione fortemente difensiva, ha dato i suoi frutti. Il Quaker Aggressive Growth fund ha battuto del 25 i fondi appartenenti alla sua stessa categoria, cioè i mid caps funds. Daftary afferma che ciò è stato possibile solo perché, a differenza di molti altri fondi, quello da lui guidato non ha l’obbligo, previsto dallo statuto, di investire in modo pieno il suo patrimonio. Per Daftary, questo è un vantaggio fondamentale, perché permette di tirare i remi in barca e adottare strategie difensive, soprattutto dopo un periodo in cui il mercato si è apprezzato molto.
In altri casi, i fund managers provvedono ad accrescere la liquidità per far fronte ad eventuali aumenti dei riscatti. I dati dimostrano che quest’ultimo comportamento non si è verificato recentemente. Anche dopo i forti cali del Nasdaq e dello Standard and Poor’s, gli investitori non si sono comportati in modo del tutto irrazionale, ragion per cui i riscatti non sono aumentati di molto. E’ necessario però evidenziare che vi è stata una diminuzione dei flussi di investimento. Bisogna risalire al mese di agosto del 1998, per ritrovare una situazione in cui gli investitori hanno riscattato più quote di quante ne abbiano sottoscritte. La situazione potrebbe sensibilmente peggiorare nel caso in cui gli investitori cominciassero a perdere la fiducia e la calma. La storia mostra infatti che vi è una correlazione diretta tra un mercato orso abbastanza lungo e la crescita della liquidità nel portafoglio dei fondi comuni di investimento. Un primo esempio è fornito dal lungo e intenso mercato orso che caratterizzò gli anni 1973 e 1974. Nel 1974, dopo più di sedici mesi caratterizzati da mercati negativi, la liquidità media presente nei fondi, aveva raggiunto il 12. La stessa cosa avvenne negli ultimi mesi del periodo 1980-82, caratterizzato anch’esso da una forte ondata di ribassi. L’analisi fin qui condotta, mostra in primo luogo, che il market timing dei fund managers ha una bassa influenza sul livello della liquidità detenuta. In secondo luogo, essa evidenzia la stretta correlazione tra i riscatti legati a un più o meno lungo mercato orso, e la percentuale del patrimonio dei fondi che viene mantenuta liquida. Da questi risultati, l’investitore può trarre una importante lezione: Raramente è conveniente liquidare i propri investimenti nel bel mezzo di un mercato orso.




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