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I fondi degli altri



Negli Usa prende piede un approccio conservatore all’investimento

29 May 2002


Negli Stati Uniti si sta diffondendo l’idea che, nei prossimi anni, le strategie di investimento dei risparmiatori diverranno maggiormente conservatrici. Esistono precisi presupposti sia di natura sociale che di origine psicologica. A livello demografico la generazione dei baby boomers, individui nati nei quindici anni successivi alla Seconda guerra mondiale, sta progressivamente invecchiando, e gli orientamenti degli investitori in età avanzata sono solitamente improntati all’assunzione di rischi decrescenti. A livello psicologico, nelle ultime stagioni, per intendersi durante il boom dei titoli della new economy, l’investitore ha sopportato, il più delle volte inconsapevolmente, un livello di rischio superiore a quanto non accaduto in passato. Il termine ‘euforia irrazionale’, coniato da Alan Greenspan, sintetizza in modo puntuale e preciso, l’isteria collettiva che inizialmente ha fatto sognare per poi disilludere milioni di investitori. Nel triennio 1998 / 2000 i risparmiatori hanno, nolenti o volenti, modificato il proprio profilo di rischio aumentando l’esposizione dei propri portafogli sul comparto equity e, all’interno di questo, puntando su settori e titoli growth. Con lo scoppio della bolla e con tutti gli strascichi che ha generato, si assiste sia al ritorno ad una valutazione ‘classica’ delle aziende che enfatizza l’analisi dei fondamentali delle società quotate sia all’aumento della domanda verso prodotti finanziari che limitano l’assunzione di alti rischi.

Operando direttamente sul mercato, la strategia di investimento conservatrice si basa sul mantenimento in portafoglio di titoli che offrono alti dividendi e permettono di affrontare il mercato con una ottica di lungo termine. Oggi sul listino statunitense sono presenti molte realtà growth e i titoli caratterizzati da alti dividendi rappresentano un segmento che continua a mostrare una generale sotto valutazione rispetto alla media dei prezzi del mercato. Eppure se confrontiamo i ritorni generati dal Nasdaq a quelli offerti da un settore che presenta all’interno molti titoli che pagano alti dividendi come quello delle utilities, ci accorgiamo come i rendimenti del primo non bilancino la alta volatilità sopportata da coloro che hanno investito sull’indice tecnologico. Dal 1971, anno di nascita dell’indice Nasdaq, il ritorno medio annuale di questo si attesta sull’11,5, mentre quello del comparto utilities dell’indice S&P raggiunge l’11,6. Come si vede, i rendimenti ottenuti sono simili ma la volatilità nei rendimenti dell’indice tecnologico è stata del 60 maggiore rispetto a quella del segmento utilities dello S&P.

Operando tramite i prodotti finanziari, l’onda conservatrice si traduce nel ricorso sempre più frequente a strumenti d’investimento che replicano l’andamento degli indici di mercato o che posseggono un basso rapporto rischio / rendimento. Basti pensare alla crescita esponenziale degli Etf e al crescente peso, all’interno del comparto del risparmio gestito, dei REIT, Real Estate Investment Trust. Se il rendimento ottenibile dagli Etf è assimilabile al paniere di titoli che viene controllato, dall’osservazione delle performance pregresse dei Reit traiamo interessanti spunti di analisi. Comparando i ritorni del Nasdaq e dell’indice RMS Reit, il più usato benchmark per quantificare le performance del comparto, dalla nascita del secondo, gennaio 1995, scopriamo come l’indice tecnologico abbia mediamente ottenuto un ritorno annuale del 12,2, mentre il RMS Reit abbia, nel medesimo arco temporale, centrato un rialzo medio dell’11,7. La sovra performance del Nasdaq sui prodotti che investono il proprio patrimonio in immobili è dunque minima, e focalizzando l’attenzione sul valore del beta, indicatore che misura la volatilità relativa, del RMS Reit nei confronti dello S&P vediamo come giunga a 0.2, a fronte dell’1.6 toccato dal beta del Nasdaq sempre con lo S&P adottato come mercato di riferimento.

La testimonianza dell’avanzata dell’approccio conservatore da parte degli investitori, sia privati che istituzionali, viene esplicitata ed enfatizzata da alcuni dati circa l’indice Nasdaq. Se a fine 2000, ben 4.730 titoli popolavano l’indice tecnologico, a fine aprile 2002 il loro numero era sceso a 3.990 con una contrazione del 15,6. La progressiva perdita di interesse da parte degli investitori ha determinato una secca diminuzione nei volumi dell’intermediato giornaliero, passato da una media di 85 miliardi di dollari durante il 2000, ai 30 miliardi del primo quadrimestre del 2002, con una flessione di quasi il 66. A causa della scarsa domanda, la situazione attuale del mercato presenta parecchie società a media e bassa capitalizzazione i cui spread denaro - lettera raggiungono differenze notevoli che ne frenano gli scambi. E il cambio di atteggiamento da parte degli investitori viene traslato anche nei rendimenti dei fondi statunitensi specializzati. Osserviamo l’andamento ad un anno e a sei mesi di tre fondi gestiti dalla medesima società, il colosso Fidelity. Il primo prodotto investe in titoli che si prevede in futuro pagheranno alti dividendi, il secondo in azioni con caratteristiche growth, mentre il terzo focalizza l’investimento società operanti nel comparto immobiliare.

Fondo
1 Anno
6 mesi
FIDELITY DIVIDEND GROWTH
- 8,89
2,46
FIDELITY AGGRESSIVE GROWTH
- 46,47
- 11,67
FIDELITY REAL ESTATE INVESTMENT PORTFOLIO
17,44
16,37
Dati aggiornati al 25 / 05 / 02




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