A cura di Nello Verde
Nel 2008 il Fondo Monetario Internazionale, con un’ampia partecipazione dell’Unione Europea, ha aperto una linea di credito per consentire a Budapest di reagire all’attacco speculativo che aveva messo in ginocchio il Fiorino ed affossato le prospettive di crescita nel breve periodo. La crisi greca e la nota fragilità valutaria del Paese fanno temere un nuovo default dell’Ungheria: il governo è al primo banco di prova, davanti all’Unione Europea, che chiede tagli alla spesa pubblica, ed all’opinione pubblica, che invoca la tanto sbandierata riforma fiscale.
Riforme e criticità: il sistema Ungheria nella crisi globale
Quando, nel 1988, l’Ungheria varò due leggi per aprire il mercato magiaro agli investimenti esteri e per consentire il ritorno dei profitti nel paese di provenienza, l’appetibilità dello spazio economico locale per la delocalizzazione produttiva dei grandi colossi industriali tedeschi balzò alle stelle. Nei primi anni ’90 l’Ungheria rappresentava di gran lunga il Paese ex socialista più pronto ad affrontare la sfida dell’apertura all’economia di mercato.
Dopo circa dieci anni il quadro è decisamente cambiato. Nel 2008, l’Ungheria ha subito le conseguenze di un politica economica votata all’espansione della spesa pubblica che, nel medio – lungo periodo, ne ha compromesso le prospettive di crescita. Il drastico calo degli investimenti diretti esteri ed il rapido incremento del tasso di interesse della Banca Nazionale Ungherese – Magyar Nemzeti Bank – nel settembre 2008, ha impedito al Paese di far fronte alle obbligazioni contratte in valuta internazionale. Il quasi default dell’economia magiara è stata la conseguenza inevitabile. La crisi si è abbattuta sul già fragile Fiorino, obbligando le famiglie che avevano contratto mutui in franco svizzero o euro – circa il 90% del totale contratto in Ungheria – a sacrifici difficilmente sostenibili, soprattutto a fronte di un aumento generalizzato del costo della vita e della pressione fiscale.
La scarsa operatività del governo Gyurcsány e del successivo governo tecnico preseduto da Gordon Bajnai non è riuscita a tamponare sufficientemente la situazione: alla linea di credito del Fondo Monetario Internazionale, predisposta con un’ampia partecipazione dell’Unione Europea nel novembre 2008, ha fatto seguito un piano di sostegno del Ministero dell’Economia e dello Sviluppo Nazionale in favore degli intermediari finanziari perché contribuissero a mantenere aperte le linee del credito per le imprese. Proprio questo è un altro nervo scoperto dell’economia magiara: circa il 97% dell’economia ungherese è costituita da piccole imprese che faticano a sopravvivere nell’attuale congiuntura date le difficoltà di accesso al credito e le condizioni di prestito sempre più esigenti.
Il grosso del prodotto interno ungherese proviene dagli investimenti esteri – in particolare tedeschi, austriaci, coreani e statunitensi – ma la recente congiuntura ha visto il disimpegno di una gran fetta di capitali, con il conseguente aumento del tasso di disoccupazione e, più in generale, del reddito disponibile per le famiglie. I socialisti hanno pagato sia l’incapacità di guardare oltre ad una politica di austerità per evitare che il Paese affondasse, senza neanche provare davvero a rilanciarne la crescita, sia il sospetto, molto diffuso nell’opinione pubblica, che i crediti internazionali servissero a sistemare gli affari personali di una piccola élite da tanto al potere ed ormai invisa tanto al ceto medio che alle classi popolari.
Fidesz vara il primo piano di misure economiche
Lo scorso aprile, Viktor Orbán ha beneficiato di quello che si potrebbe quasi definire un plebiscito perché ha saputo attaccare la politica di austerità dei socialisti, promettendo una fiscalità più leggera e maggiori investimenti nella crescita delle PMI nazionali. Dopo un populismo piuttosto semplicistico, il nuovo governo di centro – destra ha dovuto immediatamente fare i conti con le criticità di un’economia non semplice da riformare senza imporre forti sacrifici alla popolazione.Subito dopo il voto, Orbán aveva dichiarato che le misure contenute nell’ultimo Patto di Stabilità di Budapest sarebbero state mantenute, puntando il dito contro la gestione socialista delle finanze pubbliche e cavalcando il forte sentimento di avversione contro la precedente classe dirigente.
La crisi greca ha fatto probabilmente tremare sia gli investitori che il partito di governo. Da un lato, gli operatori internazionali cercavano rassicurazioni circa lo stato delle finanze di Budapest, dall’altro lato Fidesz ha dovuto affrontare un dilemma di non facile soluzione: le promesse fatte agli elettori mal si conciliavano con la crescente pressione proveniente dalle esigenze di riforma economica e dall’occhio vigile di Bruxelles. L’8 giugno il nuovo governo ha reso noto il piano di misure economiche per rilanciare il sistema – Paese. Alla sensazione che il programma economico di Fidesz fosse alquanto vago corrisponde un’eguale impressione rispetto a questo primo pacchetto di iniziative, che appaiono più simboliche che effettive. Il taglio all’aliquota minima sui redditi individuali è infatti solo dell’1% e passa dal 17% al 16%, a fronte di un taglio del 2% deciso nel 2009 dai socialisti. I mutui in valuta straniera sono momentaneamente vietati per non appesantire la situazione di indebitamento di molte famiglie che volessero fare affidamento sulla speranza di un apprezzamento del Fiorino. Il settore pubblico è preso di mira: sono promessi tagli agli stipendi degli statali e la cancellazione di strutture pubbliche ritenute inutili, tra le quali enti di governo locale.
Ad un’analisi delle misure predisposte dal pacchetto dell’8 giugno appare evidente che il governo si è trovato stretto in un angolo, da una parte l’esigenza di non deludere gli elettori che hanno scelto Fidesz in gran parte perché provati dall’austerità socialista e dall’altra l’obbligo di mantenere a galla i conti pubblici. Del resto l’effettiva operatività del nuovo governo in materia economica è di per sé limitata: le istituzioni ungheresi, al fine di sostenere le possibilità di ripresa, devono cercare di mantenere la fiducia degli investitori esteri dai quali dipende l’economia nazionale. Nell’attuale congiuntura la fiducia, mero fattore soggettivo percepito dagli operatori, assurge a vero e proprio dato economico: la scorsa settimana, la dichiarazione pubblica di un parlamentare di Fidesz sull’atteso crollo del Fiorino nel caso non fossero stati predisposte immediate misure di sostegno all’economia, ha rischiato di causare un immediato ritiro dei fondi di investimento straniero nei titoli di Stato. A quel punto, l’Ungheria, in ossequio alla teoria delle “profezie che si auto-avverano” nell’economia, si sarebbe trovata davanti ad un nuovo default.
Nella strettoia tra inevitabilità di certe misure di politica economica e necessità di dare dei segnali di distensione alla popolazione, al nuovo governo non restava che tagliare leggermente le tasse nell’anno in corso, rimandando all’anno prossimo la vera riforma fiscale promessa in campagna elettorale, e ridurre il costo degli apparati pubblici.
Reazioni ed opposizioni: il nuovo governo alla prima prova davanti all’opinione pubblica
La sensazione che le misure predisposte da Fidesz non siano sufficienti a garantire una riduzione del debito pubblico tale da non compromettere la crescita sono diffuse in tutte le opposizioni. Le reazioni non sorprendono e puntano a screditare i primi passi di Fidesz soprattutto alla luce delle promesse probabilmente eccessive sbandierate negli ultimi due anni.
I socialisti sottolineano che il pacchetto del nuovo governo non si discosta in modo sostanziale dalla politica economica dei precedenti esecutivi e fa notare che non sono state rese note misure finalizzate alla riduzione del debito ed al rilancio della crescita. Inoltre, un fattore di preoccupazione è rappresentato dalle iniziative che riguarderanno le banche ed i mutui: sarebbe importante predisporre strumenti per evitare che gli intermediari finanziari scarichino sui clienti i costi provenienti dalle mancate entrate in seguito al pacchetto economico. Il giovane partito liberale LMP attacca la politica populista di tagli fiscali, sostenendo che la congiuntura imporrebbe di aumentare le entrate dello Stato per finanziare la ripresa e di incentivare la capacità di spesa della classe medio – bassa con maggiori misure di equità sociale. Anche il partito di estrema destra Jobbik, per bocca del leader Vona, non si è detto soddisfatto delle misure varate da Fidesz: se da un lato vi è una generale condivisione della linea di politica economica, non si può evitare di esprimere dubbi sull’effettiva capacità di queste manovre di garantire il risultato su cui punta il governo, cioè il raggiungimento di una crescita del 3.8% entro la fine del 2010.
Più che le reazioni delle opposizioni, praticamente cancellate dal voto del 12 aprile 2010, il nuovo governo si mostra preoccupato della reazione dell’opinione pubblica. L’immagine di un’Ungheria dimessa e provata dalla crisi che mendicava aiuti internazionali nel biennio 2008 – 2009 ha avuto indubbiamente il suo peso nel determinare l’esito delle consultazioni elettorali. Ora al governo, Fidesz si trova costretto a dimostrare la stessa risolutezza che ha tradotto il disappunto della gente verso i socialisti in credito di fiducia vero il partito di Orbán. Probabilmente tali considerazioni hanno spinto il premier ha predisporre un taglio “fittizio” delle tasse sui redditi individuali, pur ben consapevole della scarsa effettività di questa misura. Allo stesso tempo, il governo ha evitato, nei toni, di addossare alle banche la responsabilità della crisi, nonostante una parte del pacchetto sia destinata proprio agli intermediari finanziari. Il capro espiatorio restano ancora i socialisti e le accuse ai precedenti esecutivi di aver truccato i bilanci dello Stato.
Per il momento questo continua a bastare al grosso della popolazione per ritenere che Fidesz fosse la migliore scelta per traghettare l’Ungheria fuori dalla crisi, che si presume causata dalla dipendenza da affaristi stranieri che hanno “comprato” lo spazio economico nazionale con il concorso di un’élite asservita. Maggiori perplessità vengono dalla mancanza di misure di equità sociale e dalla considerazione che del taglio delle tasse beneficeranno in realtà solo pochi della classe media, mentre i ceti più bassi pagheranno i costi maggiori cui obbliga la nuova esigenza di rinforzare il Fiorino per evitare una “crisi greca” in Ungheria. Il rischio è anche quello di incrementare la conflittualità e la frammentazione sociale in un Paese che fa fatica a trovare una propria dimensione davanti ad una società che inevitabilmente diventa più multiculturale e multinazionale. Nella percezione generale permane una certa fiducia nell’esecutivo, anche se il timore di un altro colpo alla stabilità finanziaria del Paese fa temere sempre di più un ulteriore rinvigorimento delle istanze più radicali della società e della politica
Conclusioni
Le prospettive di crescita dell’economia ungherese, stando al rapporto sul Piano di Convergenza della Banca Nazionale Ungherese, appaiono non certo ottimistiche nel medio – lungo periodo. L’incremento del rischio nell’investimento potrebbe compromettere le capacità di tenuta di un sistema che necessiterebbe di accedere a più riprese al credito estero per disporre di liquidità sufficiente da mettere in circolo nel circuito economico.
Di certo un altro fattore determinante sarà quello costituito dalla concorrenza all’interno dell’area PECO che, specie in certi settori come l’hi – tech e l’ICT, vede l’Ungheria ancora avanti a Repubblica Ceca e Slovenia. Come sempre all’indomani di una recessione globale, la percezione di fiducia che le istituzioni sapranno dare agli investitori farà la differenza nello spingere i capitali verso un paese con scarsa solidità finanziaria. Nonostante non vi siano indizi evidenti di un crollo ormai prossimo del Fiorino – almeno non nelle proporzioni dell’autunno 2008 – l’Ungheria resta “a rischio”, come del resto gli altri Paesi comunitari con problemi strutturali nell’economia, aggravati dalla congiuntura internazionale.
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