I compensi dei fund managers non sembrano essere legati alla performance realizzata
13 Jun 2001
L’indice Nasdaqcomposite dei titoli tecnologici statunitensi è salito del 34 nel periodo compreso tra il mese di Marzo e quello di Maggio dell’anno in corso. Durante lo stesso intervallo di tempo, lo Standard and Poor’s 500 stock index ha fatto registrare una crescita del 17, mentre l’indice Dow Jones industrial ha fatto ancora meglio, recuperando il 20 e avvicinandosi, a volte superandola, alla fatidica soglia psicologica degli undicimila punti. Alcuni titoli appartenenti al comparto tecnologico hanno fatto molto meglio degli indici di mercato, ma costituiscono soltanto una minoranza. Per esempio, il titolo Nokia è salito del 57, Amazon.com del 79, Novelles del 63, Advanced Micro Sevices del 68 e Estreme Networks addirittura del 150. Alcune azioni legate al mondo di internet sono salite ancor più velocemente. E’ il caso di Digital Island, salita del 175, e di Loudeye Technologies, in crescita del 150. Queste cifre trasmettono agli analisti e ai gestori di fondi la sensazione di un film già visto, con la creazione di una bolla speculativa in atto. Queste considerazioni potrebbero anche essere smentite e quindi risultare completamente inesatte, ma sta di fatto che l’indice dei titoli tecnologici ha sperimentato, nell’arco di soli tre mesi, una crescita percentuale superiore a quella fatta registrare nei primi otto mesi del 1999, in pieno boom da nuove tecnologie. Il Nasdaq è infatti risalito dal minimo di 1.600 punti, fino a raggiungere i 2.200 punti di pochi giorni fa. Purtroppo l’andamento dei prodotti del risparmio gestito che dedicano espressamente i loro investimenti ai titoli del comparto tecnologico, non è stato altrettanto dinamico e felice. E’ possibile spiegare questo comportamento, solo se si passa da un analisi generale del settore ad una specifica che comprenda i singoli titoli. L’analisi specifica mostra infatti come il rialzo sia stato trainato dalla crescita straordinaria di alcuni titoli, mentre molti altri hanno avuto delle performance mediocri o addirittura scadenti. E’ molto probabile che quel processo di selezione di cui tanto si è parlato in passato, si sia finalmente messo in moto. Ciò significa anche il passaggio da una fase caratterizzata da guadagni o perdite più o meno generalizzate, ad una situazione in cui la scelta delle singole azioni e la tempistica nell’acquisto o nella vendita, saranno sempre più determinanti al fine del risultato conseguito. Tale situazione renderà ancor più arduo il compito dei gestori di fondi comuni di investimento, i quali dovranno essere capaci di effettuare un adeguato stock picking, rispettando, contemporaneamente, i benchmark di riferimento stabiliti per i proprio fondi, e un buon livello di diversificazione tipico di tali strumenti. Il compito sarà pure più arduo, ma i gestori statunitensi non possono di certo lamentarsi per come vengono remunerati. Negli ultimi due anni, i compensi dei fund managers nordamericani, sono cresciuti del 35. Durante l’ultimo anno, i fondi facenti riferimento all’indice Dow Jones Industrial, hanno perso il 17 per cento, e quelli che investono nel Nasdaq sono scesi del 25 per cento. Non vi è quindi una relazione diretta tra la performance raggiunta e il compenso ottenuto. Sembra infatti cosa certa che i compensi siano legati, in quasi la totalità dei casi, al patrimonio amministrato e non alla performance ottenuta. Ci sembra però che tale metodo punti esclusivamente a migliorare le strategie di marketing e non quelle di gestione. Il team di gestione potrebbe essere tentato nel dedicare più tempo e risorse alla ricerca dei metodi migliori per vendere il proprio prodotto, piuttosto che all’analisi dei mercati e dei titoli. D’altronde, se il mercato riesce ad uscire da questa fase negativa, in cui i fondi di investimento sono i soli in cui continua ad affluire denaro perché considerati dagli investitori statunitensi come un buon rifugio dalle tempeste, i gestori ne verrebbero fuori senza che venga minimamente intaccata la loro professionalità. Tornando agli aspetti tecnici relativi all’andamento dei mercati, va evidenziato come sia molto difficile trovare una spiegazione logica all’ultimo forte rimbalzo del mercato dei titoli tecnologici. Per quel che concerne gli utili aziendali, i profit warning hanno continuato a farla da padrone, e vi è scarsa visibilità sulle prospettive future. Se invece ci si aggrappa alla politica monetaria della Federal Reserve, la storia insegna che i tagli dei tassi di interesse sono stati sempre seguiti, a distanza di almeno un anno, da una crescita a due cifre dell’indice Standard and Poor’s. Ma in questo caso gli effetti si sono visti dopo appena sei settimane. Risulta alquanto difficile prendere per buono il principio che la storia tende a ripetersi, ma risulta altrettanto difficile non pensare a movimenti di tipo puramente speculativo per spiegare una risalita in tempi così brevi. Una delle spiegazioni proposte, forse quella più realistica tra le tante, potrebbe essere quella basata sulla velocità di trasmissione delle informazioni. Attualmente, gli investitori privati e istituzionali, i gestori dei fondi e gli speculatori, hanno a disposizione una notevole massa di informazioni in tempo reale. Tale quantità di notizie può contribuire a creare delle aspettative confuse, anche se, a saperle utilizzare, dovrebbero portare nella direzione opposta.
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