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Analisi Geopolitica



Medio Oriente: gli effetti delle rivolte sull’economia italiana

09 May 2011

A cura di Francesca La Bella

Gli ultimi avvenimenti ci hanno fatto ricordare che le acque del Mediterraneo non dividono, ma uniscono i destini dei Paesi che vi si affacciano. Questo è ancor più vero se si parla di Italia, un Paese europeo ed occidentale con una forte legame con la sponda sud del Mare Nostrum. Tunisia, Egitto e Libia sono da sempre realtà importanti per l’economia italiana e la loro instabilità politica rischia di incidere profondamente sugli interessi italiani nell’area. Un discorso a parte deve essere fatto per la Siria. Differente per collocazione geografica e geopolitica la Siria sta diventando, negli ultimi anni, un partner economico importante per il nostro Paese e una sua instabilità potrebbe essere molto pericolosa per una collaborazione ancora giovane. Tutto è, però, ancora indefinito e precario e, se molto dipenderà dalla politica estera attuata dal governo italiano, un ruolo fondamentale sarà rivestito dai governi di transizione e dalla capacità delle imprese italiane in loco di adattarsi alla nuova realtà.

Le rivolte e i loro effetti internazionali
L’Italia è tra i principali partner commerciali dei Paesi del Maghreb, dove gli investimenti si concentrano soprattutto nel settore delle costruzioni e infrastrutture e in quello energetico e petrolifero. Inoltre Roma ha avviato, da qualche anno, una fruttuosa collaborazione con la Siria. Se gli ultimi dati del Servizio Centrale Studi Economici di Confindustria ANIE, Federazione Nazionale Imprese Elettrotecniche ed Elettroniche, hanno fatto emergere che negli ultimi cinque anni le esportazioni italiane di tecnologie elettrotecniche ed elettroniche verso i mercati di Tunisia, Algeria ed Egitto hanno registrato una crescita totale del 64%, raggiungendo a fine 2010 quota 1,3 miliardi di euro, mentre la Libia trova nell'Italia il suo primo partner commerciale. Oltre il 20% delle importazioni complessive libiche provengono dal nostro Paese e nel 2010 l’export italiano verso la Libia è cresciuto del 10% superando i 2,5 miliardi di euro. Parallelamente i dati ISTAT dimostrano che durante il 2010 il valore dell’interscambio tra Italia e Siria è stato di 2,3 miliardi di euro, con un aumento del 102,7% rispetto al dato del 2009. Le rivolte che dal Maghreb si sono diffuse al Medio Oriente portando anche alla caduta di regimi ormai trentennali, potrebbero, dunque, indurre drammatiche conseguenze per l’economia occidentale in generale e per quella italiana in particolare. I sommovimenti in Tunisia, Egitto e Siria e la guerra in Libia stanno, infatti, ridisegnando gli assetti politici dell'area e questo potrebbe incidere sul proficuo interscambio commerciale esistente nel bacino del Mediterraneo.

Tunisia
La Tunisia si può considerare l'apripista del movimento di rivolta che ha contagiato l'interno mondo arabo. A Tunisi, però, non si è trattato di una rivolta contro la povertà come in Algeria, dato che la protesta si è scatenata a causa di motivazioni più articolate e legate alla specifica struttura economica del paese. Nonostante la Tunisia sia stata a lungo considerata un modello economico per i Paesi vicini, la disoccupazione tra i giovani, molti dei quali laureati, è aumentata continuativamente nel 2010 fino a toccare una percentuale pari a circa il 30% all'inizio del 2011. L'apertura incontrollata al capitale straniero e la mancata diversificazione economica, inoltre, hanno indebolito, anziché sviluppare, il Paese. Questa è stata la causa principale delle rivolte dei primi mesi del 2011 e delle proteste che ancora oggi occupano le piazze del Paese e, per questo, il governo di transizione attualmente in carica dovrà tentare di far fronte a questa difficile problematica anche rivedendo la politica economica finora attuata. Questo ha un'enorme influenza sull'economia italiana: il sistema economico tunisino si basa principalmente sul settore turistico per quanto riguarda la zona costiera e sul settore tessile nell'interno e in questo secondo ambito forte è la presenza italiana. La Tunisia ha avuto, negli anni, molte caratteristiche positive che hanno favorito gli investimenti europei ed italiani. Un quadro politico ed istituzionale stabile e con bassi livelli di rischio imprenditoriale, una specializzazione produttiva molto simile a quella italiana che ha permesso alle piccole e medie imprese italiane di sistemarsi sul territorio e ha fatto nascere numerose joint venture con piccoli imprenditori locali, vicinanza geografica e mano d'opera qualificata a costi ragionevoli sono stati, dunque, i fattori principali della presenza italiana in Tunisia. La caduta del governo Ben Ali e lo sconvolgimento economico ed istituzionale conseguente potrebbero minare alle basi questo sistema di scambi. Se i disordini hanno avuto pesanti conseguenze a livello finanziario, con un crollo della fiducia degli investitori e il conseguente calo, nei primi due mesi dell'anno, del 18,29% dell'indice Msci Tunisia, anche i lavoratori hanno iniziato a protestare per ottenere più diritti e maggiori salari. L'onda lunga della rivolta sta, infatti, investendo anche i rapporti interni ai posti di lavoro dando vita ad una stagione di proteste sociali e rivendicazioni sindacali, soprattutto sul piano salariale. Il sistema lavorativo tunisino, strettamente legato alle filiere produttive europee tramite la delocalizzazione, sconta da sempre il problema della manodopera sottopagata ed ora, in un clima di cambiamento vasto e pervasivo, i sindacati, protagonisti delle proteste, hanno acquisito nuova forza. Molte delle più importanti realtà industriali tunisine ed europee nel Paese devono far fronte ad un diverso livello di consapevolezza dei lavoratori e ad una maggiore perseveranza dei sindacati che li rappresentano e questo potrebbe rendere meno conveniente l'investimento futuro.

Egitto
Gli avvenimenti verificatisi in Africa settentrionale hanno comportato conseguenze dirette e importanti sia in ambito politico sia in ambito economico in tutti i Paesi, ma hanno fatto vedere maggiormente i loro effetti in Egitto. Il mondo della finanza e quello dell'economia interna e internazionale sono stati messi a dura prova dalle proteste di piazza che hanno infiammato Il Cairo e i centri minori del Paese. L'Egitto rappresenta, infatti, uno dei punti chiave per la garanzia dell'equilibrio economico e politico mediorientale. Il rilancio economico della sponda sud del Mediterraneo sembrava partito proprio dalla terra delle piramidi che, nell'ultimo decennio, ha avuto una crescita di quasi il 5% annuo. Un miglioramento economico che, però, è andato a favore solo di una piccola parte della numerosissima popolazione (l'Egitto, con i suoi 83 milioni di abitanti, è il paese più popoloso dell'area) fomentando lo scontento delle migliaia di persone che sono rimaste escluse dai benefici della crescita. Se a questo si aggiunge che la crescita del prezzo dei beni alimentari è stato uno dei fattori scatenanti della protesta è facile capire che il settore economico è stato e rimane centrale nelle proteste e nella costruzione del nuovo Egitto. Per quanto inizialmente la Banca Centrale Egiziana abbia evitato una svalutazione della moneta, a inizio marzo il valore della Lira locale è stato, infatti, rivisto per rilanciare il commercio estero senza tener conto dell'effetto inflazionistico sul costo dei prodotti alimentari e rafforzando quindi la protesta. La destabilizzazione dei prezzi del petrolio e delle altre materie prime ha da subito danneggiato i mercati locali, ma la crisi potrebbe avere conseguenze più ampie al di là dei confini egiziani, accrescendo le tensioni sull'euro e la tendenza al ribasso delle principali borse europee. Se secondo Credit Suisse la corsa degli investitori a vendere le monete ritenute più fragili, tra cui figura anche l'euro, sarebbe iniziata fin da subito a favore di valute rifugio come il franco svizzero, dopo i primi tumulti, la Borsa egiziana è crollata con il conseguente aumento del costo del debito. Gli effetti maggiori sono, però, stati quelli sul prezzo del petrolio. Già prima della fuga di Hosny Mubarak dall’Egitto, gli analisti evidenziavano una crescita costante del costo del petrolio, ma dopo l’inizio dei tumulti questo trend ha assunto maggior rilevanza. Se alla fine di gennaio 2011 un barile di petrolio sul mercato di Londra, piazza di riferimento per il prezzo degli idrocarburi, sfiorava i 100 dollari al barile, circa tre settimane dopo tale cifra era ampiamente superata. La rilevanza dell’Egitto per il mercato del petrolio è indubbia. Il Cairo controlla il Canale di Suez, punto di passaggio fondamentale per le navi che trasportano il petrolio dalla Penisola Araba, e il Sumed, importante oleodotto che collega Mar Rosso e Mar Mediterraneo, gestendo, di fatto il commercio del 4,5% del petrolio mondiale. L'instabilità nel paese ha, di conseguenza, creato tensione nei mercati internazionali, con un conseguente impennata dei prezzi.

A fronte di questo, la situazione italiana appare critica. L'Italia potrebbe, infatti, andare incontro a problemi maggiori rispetto ad altri, dato che il nostro Paese intrattiene con l'Egitto un proficuo interscambio di quasi 6 miliardi di euro l'anno. L'Italia, secondo partner economico a livello mondiale dell'Egitto dopo gli Stati Uniti e primo in Europa, investe in molti settori, soprattutto nel settore energetico, nell'agro-alimentare, nel tessile e nelle costruzioni. Se nel primo semestre del 2010 l'interscambio commerciale tra Italia e Egitto ha fatto registrare un incremento di quasi il 10% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente le esportazioni egiziane in Italia hanno segnato un aumento del 19,8% rispetto al primo semestre del 2009, attestandosi a 880 milioni di euro e le esportazioni italiane hanno raggiunto un valore di 1,345 miliardi di euro, in crescita del 3,6% rispetto al primo semestre 2009. Un indebolimento della struttura economica egiziana potrebbe, dunque, avere pesanti effetti sull'interscambio tra i due Paesi con effetti negativi per entrambi. Probabilmente è stata proprio la consapevolezza della necessità degli investimenti esteri per tornare ai precedenti livelli di crescita economica a spingere la Banca Centrale Egiziana a rivedere il valore della lira locale o le autorità del turismo egiziano a decidere di portare alcuni dei maggiori tour operator italiani al Cairo per far vedere che l’Egitto post-rivoluzionario è un posto dove si può ancora viaggiare senza particolari ansie.

Libia
Non è, però, soltanto l’Egitto a preoccupare il mercato statunitense, europeo ed italiano. La Libia, Paese OPEC ottavo per riserve di petrolio e diciottesimo per produzione, riveste un ruolo strategico ancor più importante rispetto all’Egitto. La Libia è, infatti, anche uno dei maggiori esportatori mondiali di gas, soprattutto verso l'Europa, e la sua instabilità non può che accrescere le paure già accese dalla crisi egiziana. La degenerazione in guerra civile e il conseguente intervento europeo e della NATO hanno inciso profondamente sulla capacità di esportazione petrolifera del Paese e sulla possibilità per le aziende straniere di lavorare nel territorio teatro di guerra. Se già prima dell'inizio del conflitto in Libia, secondo le parole di David Fyfe, capo della divisione Industria petrolifera e mercati dell'Agenzia Internazionale per l'Energia (AIE), parte della produzione era stata bloccata a causa dei tumulti, un blocco totale del flusso del petrolio e del gas libico causerebbe una significativa oscillazione del prezzo degli idrocarburi con effetti immediati sui mercati internazionali. Benché i ribelli di Bengasi abbiano immediatamente garantito che resteranno validi i contratti con imprese straniere, purché a beneficio del popolo libico, e che verrà assicurata la commercializzazione delle risorse energetiche, il primo effetto della situazione libica è stato un aumento esponenziale dei futures del petrolio già nei primi giorni del conflitto. L'approvazione della risoluzione 1970 dell’ONU ha, inoltre, dato la possibilità a tutti i Paesi di congelare i beni di Gheddafi compromettendo una già precaria situazione economica. Il congelamento dei beni e la contestuale crisi economica interna hanno avuto effetti significativi sulle borse di tutto il mondo e, in particolar modo, hanno inciso sull'economia dei Paesi con forti partecipazioni nel territorio libico come l'Italia. Nei primi giorni del conflitto, Piazza Affari ha avuto un andamento decisamente peggiore di quello, comunque negativo, delle altre Borse europee. I titoli più colpiti sono stati quelli delle tante aziende italiane che hanno interessi diretti in Libia come Eni, Italcementi, Edison, Impregilo e di quelle con significative partecipazioni finanziarie libiche come Unicredit (7,5%), Finmeccanica (2%), Juventus (7%) e Retelit (15%). Per capire il reale peso della crisi sull'economia italiana bisogna tener presente il fatto che il coinvolgimento dell’Italia si sviluppa su più livelli interconnessi. In primo luogo, attraverso il Trattato di cooperazione e amicizia italo-libico, l'Italia ha previsto nel 2008 un finanziamento di 5 miliardi di dollari (250 milioni all’anno per vent’anni) come risarcimento per il periodo coloniale. I progetti finanziati, perlopiù infrastrutturali, avrebbero dovuto essere realizzati da imprese italiane, ma con l'attuale situazione di instabilità molti progetti di lavoro previsti potrebbero non essere realizzati con grave danno per le aziende italiane coinvolte. In seconda battuta notevoli sono gli investimenti italiani nel Paese, in particolar modo per quanto riguarda il settore idrocarburi dove l'Eni rappresenta la maggiore compagnia petrolifera in Libia e il settore costruzioni dove Italcementi si è fatta largo dopo aver trasferito, nel 2010, buona parte della produzione per far fronte alle difficoltà della crisi economica in Europa. L'unica possibilità di ripresa per queste aziende sarà il passaggio del potere politico e di quello economico in altre mani, che riescano a garantire nuova stabilità al Paese. Infine, negli ultimi anni ha acquisito importanza la partecipazione delle finanziarie libiche in aziende italiane. In mancanza di un nuovo equilibrio anche queste ultime potrebbero scontare l'instabilità economica libica perdendo valore sul mercato finanziario.

Siria
Differente per collocazione geografica e per sistema economico (a forte partecipazione statale), la Siria è l'ultimo Paese, in ordine temporale, investito dalle proteste di piazza contro i regimi al potere. Anche se meno investita dagli interessi squisitamente economici dei paesi occidentali nell'area, la sua posizione geopolitica e la sua rilevanza nell'area la rendono oggetto delle attenzioni mondiali in questo momento di instabilità. Se le rivolte che la attraversano dovessero riuscire nel loro obiettivo di rimuovere Bashar al-Assad e la sua compagine dal potere, gli effetti sarebbero più politici che economici, oltre ad essere legati ad una più ampia dinamica d'area. Nonostante questo, anche i risvolti economici potrebbero avere importanti conseguenze anche in ragione dei mutamenti sopravvenuti negli ultimi anni a seguito delle timide riforme economiche messe in atto dal Presidente. Benché già da qualche anno l'Italia rappresentasse uno dei principali partner commerciali della Siria trovandosi ai primissimi posti sia per quanto riguarda le esportazioni che le importazioni, dal 2009 ad oggi si è, infatti, assistito ad una crescita esponenziale dell'interscambio tra i due paesi. L’incremento è da imputare principalmente all’aumento delle importazioni dell’Italia dalla Siria, che sono cresciute di circa il 170%, rispetto al 2009, e all’incremento, anche se più contenuto, delle esportazioni italiane con un aumento del 63,5%. Se la causa dei flussi in entrata nel nostro Paese va ricercata nell'aumento dell’interscambio petrolifero, dovuto principalmente al rialzo del prezzo internazionale del greggio, il maggiore export italiano verso la Siria è dovuto ad un trasferimento di tecnologie e, per questo, i prodotti commercializzati sono stati prodotti della raffinazione del petrolio, macchinari, apparecchiature meccaniche e prodotti chimici. Le rivolte rischiano, però, di frenare questo fruttuoso interscambio tra i due paesi. Le contestazioni potrebbero, infatti, avere effetti negativi sull’economia siriana con conseguenti ricadute a livello internazionale. Se l’OCSE ha aumentato il rischio Paese della Siria per quanto riguarda gli investimenti (da 6 a 7), cosa che potrebbe indurre una fuga di capitali esteri scoraggiati dalla mancanza di stabilità, a livello centrale si sta già assistendo ad una potenziale rallentamento degli investimenti, del flusso turistico e della domanda dei beni di consumo. Questo potrebbe bloccare gli investimenti italiani e il dinamismo che il nostro Paese sembra aver avuto nei rapporti con la Siria nell'ultimo anno. Le proteste sono, però, ancora all'inizio e risulta molto difficile valutare quali saranno le conseguenze economiche sia a livello interno sia a livello internazionale.

Conclusioni
Benché l'aspetto diplomatico e politico sia maggiormente evidente, a seguito delle rivolte in Maghreb e in Medio Oriente, l'Italia ha dovuto rivalutare anche la propria collocazione economica nel bacino del Mediterraneo. I tumulti in Tunisia ed Egitto, la guerra in Libia e l'attuale rivolta in Siria pongono, infatti, questioni di ordine economico di ampia portata. Se nei primi due Paesi, dopo una prima fase di instabilità legata al momento caldo delle proteste, l'incertezza sul futuro dipende ora dalla ristrutturazione economica dei governi di transizione e dalle nuove rivendicazioni della popolazione, in Libia sono il conflitto bellico e la mancanza di una controparte economica attendibile che creano smarrimento e sfiducia. In Siria, invece, la realtà è in continuo divenire e solo quando la situazione sarà maggiormente definita si potrà determinare i problemi da risolvere e la conseguente strategia d'azione. Tutto è, comunque, aperto e solo l'interazione tra i nuovi soggetti politici alla guida di questi Paesi, le imprese italiane in loco e il Governo Italiano potrà determinare la nuova politica economica italiana nel Mediterraneo.




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