A cura di Umberto Profazio
La presa del potere da parte del Consiglio supremo delle Forza Armate (Supreme Council of Armed Forces, in sigla inglese SCAF) in seguito alla caduta di Mubarak è stata immediata e senza apparenti contestazioni di sorta. Si è creato un regime di giunta militare la cui guida è stata affidata al maresciallo Mohammed Hoseyn Tantawi e che ha goduto di un relativo consenso nell’euforia post Mubarak
Qualche difficoltà è emersa all’epoca del referendum sugli emendamenti alla costituzione (21 marzo scorso), quando molti manifestanti chiedevano misure di revisione costituzionale più ampie ed audaci, ai fini di una vera e propria riforma democratica in Egitto. Le difficoltà della transizione sono state inizialmente sottovalutate dall’una e dall’altra parte: i militari al potere facevano affidamento sul ruolo avuto nella deposizione dell’ex Presidente e sulla certezza della fiducia da parte della popolazione; i manifestanti prevedevano regole ferme e precise ed una rapida consegna del potere alle autorità civili. Quando i tempi si sono allungati e le difficoltà si sono evidenziate lungo il percorso, si sono avute le prime reciproche incomprensioni.
I passi falsi della Giunta militare
A metà settembre infatti lo SCAF ha reintrodotto lo stato di emergenza in Egitto, allargando la nozione di crimini di terrorismo e droga, sanzionando il blocco del traffico e delle strade, il possesso di armi e rafforzando la legislazione contro gli scioperi, riprendendo ad esercitare con pieni poteri tutte le attività per la sicurezza dello Stato che avevano contrassegnato il regime precedente. Si sono susseguiti arresti, persecuzioni e torture contro i ribelli di piazza Tahrir, e ciò non ha fatto altro che evidenziare che invece della rottura di regime vi era una malcelata continuità, resa evidente dalla prassi quotidiana delle violenze sui manifestanti e dal prolungarsi della giunta militare al potere.
Agli inizi di novembre questo ingranaggio è entrato in corto circuito: con l’approssimarsi delle elezioni legislative, le mosse della giunta militare per guidare la transizione si sono rivelate controproducenti, a causa di diversi passi falsi compiuti. Innanzitutto l’annuncio di Tantawi di voler porre lo SCAF al di sopra del futuro dibattito costituzionale ha alienato diversi consensi ai militari. Il processo di riforma della costituzione prevedeva, infatti, secondo le decisioni annunciate dallo stesso SCAF a marzo, la nomina da parte del nuovo Parlamento, che si insedierà alla fine delle elezioni, di una Commissione Costituzionale che si occuperà della revisione della Carta egiziana.
Ora, agli inizi di novembre la giunta ha deciso di cambiare le carte in tavola: Tantawi ha infatti annunciato che la suddetta Commissione nominerà solo 20 membri e li sceglierà all’interno di liste prestabilite e facenti riferimento ai vecchi organismi sociali precedenti alla caduta di Mubarak. Inoltre lo stesso SCAF si è riservato il diritto di richiedere la revisione del progetto costituzionale, portarlo di fronte alla Corte Costituzionale ed addirittura rinnovare la Commissione qualora i suoi lavori non dovessero portare ad alcun risultato nel giro di 6 mesi. Manifestando in tal modo la volontà di tenere sotto controllo la futura democrazia in Egitto, e ponendo i vertici militari al di sopra delle istituzioni civili.
L’altro grosso errore è stata la gestione della crisi di governo. A pochi giorni dalle elezioni si sono registrate le dimissioni dell’ex Primo Ministro Essam Sharaf che, il 21 novembre, nel pieno della repressione di piazza Tahrir, ha deciso di abbandonare il suo posto. I militari hanno accettato le dimissioni, ed hanno deciso di affidare l’incarico a Kamal El Ganzuri. Ex sottosegretario del Presidente Sadat, divenuto Ministro varie volte sotto il regime di Mubarak, El Ganzuri è considerato dai manifestanti come un ulteriore segno di continuità in un Paese che vorrebbe cambiare radicalmente pagina ed abbandonare un passato che sta divenendo sempre più ingombrante. Ciò non ha fatto altro che accendere ancora di più gli animi, soprattutto dopo che i compromessi proposti venivano scartati o giudicati insufficienti da parte dello SCAF.
Una di tali proposte prevedeva l’affidamento dell’incarico di Primo Ministro a Mohammed El Baradei, ex direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ed attuale candidato alle future elezioni presidenziali egiziane. El Baradei avrebbe accettato di rinunciare alle elezioni presidenziali per governare questo stato di emergenza e consentire una ripresa del dialogo nazionale. Ma Tantawi ed i vertici militari hanno declinato l’offerta, sia per continuare a gestire personalmente la transizione, sia per fermare sul nascere il protagonismo dell’ex direttore dell’AIEA, personaggio molto famoso a livello internazionale e considerato uno dei più seri candidati alle future presidenziali.
La Giunta sceglie le elezioni
Con il rigetto della proposta di El Baradei due erano le strade che si aprivano di fronte alle difficili scelte della Giunta militare. Rimandare sine die le elezioni parlamentari, con il rischio di far precipitare il Paese nel caos ed aizzare la rivolta popolare; oppure proseguire lungo la via impervia e senza garanzie delle elezioni. Contando su un meccanismo elettorale che presenta notevoli opportunità da sfruttare, ma anche facendo tesoro di un aiuto insperato arrivato proprio nei giorni più difficili.
Ma andiamo con ordine. La procedura scelta per lo svolgimento delle elezioni è lunga all’incirca tre mesi e serve a svolgere le elezioni sia per l’Assemblea del Popolo (Camera Bassa), sia per la Shura (Camera Alta consultiva). Per entrambe le Camere si terranno tre turni che coinvolgeranno volta per volta 9 governatorati del Paese, con un totale di circa 6 tornate elettorali fino a marzo. Al fine di garantire un voto corretto e trasparente la nuova giunta ha stabilito la presenza obbligatoria di un giudice in ogni ufficio elettorale. Dato che non vi sono abbastanza giudici per l’intero Paese, ecco spiegata la decisione di differire le diverse consultazioni in tre fasi per una durata di 4 mesi. Un capolavoro di imprudenza, poiché se da una parte viene garantita nominalmente la regolarità delle elezioni, dall’altra i tempi lunghi favoriscono le possibilità di brogli elettorali e potrebbero confondere gli elettori.
La pubblicazione dei risultati della prima tornata elettorale del 28-29 novembre potrebbe influenzare il voto delle successive, e così via. Di sicuro questo fattore è stato valutato attentamente dalla Giunta del maresciallo Tantawi ed ha di certo rassicurato i militari sulla lunga durata della transizione, ipotecando la permanenza al potere.
Per questo la Giunta ha scelto di non sospendere o rimandare le elezioni. Ma se la base per proseguire nel cammino elettorale era appunto fornita dalle regole della competizione, il colpo decisivo è venuto dall’aiuto insperato dei Fratelli musulmani. La protesta del 21 novembre era stata organizzata proprio dalla Fratellanza, che ha chiamato a raccolta tutte le formazioni politiche ed i giovani che volevano l’immediata fine della Giunta militare, nonché il rapido passaggio del governo alle autorità civili. Ciò al fine di consentire un rapido svolgimento per una tornata elettorale che si preannuncia più che favorevole al Partito Libertà e Giustizia, espressione politica dei Fratelli Musulmani.
L’antica diffidenza della Fratellanza nei confronti dell’esercito è sembrata tornare in voga e la massiccia partecipazione popolare sembrava lasciare in bilico l’esito dello scontro. Quando però la repressione è divenuta realtà, la Fratellanza ha improvvisamente abbandonato la piazza, lasciando che la manifestazione venisse gestita dagli elementi laici e giovanili di piazza Tahrir e facendo venire meno il suo sostegno. Questo improvviso dietrofront della Fratellanza non può trovare altra spiegazione all’infuori di un accordo (tacito o meno) con la Giunta militare. Qualora infatti le elezioni fossero state posticipate, la Fratellanza avrebbe perso una grande occasione per mostrare la sua rappresentatività all’interno del Paese, mentre l’esercito avrebbe affrontato una nuova ondata di rivolta paragonabile a quella oceanica di gennaio-febbraio che costrinse Mubarak a lasciare il potere.
Con la decisione della Fratellanza di abbandonare piazza Tahrir invece, il Partito Libertà e Giustizia ha potuto facilmente incassare il premio elettorale prevedibile in questa prima tornata, rinunciando però a criticare la permanenza al potere dei militari ed evitando di metterne in discussione il ruolo nel futuro del Paese. In tale maniera l’eterogenesi dei fini ha operato in maniera esemplare: un meccanismo elettorale ideato per garantire la trasparenza ed una manifestazione ostile, chiamata dai Fratelli musulmani, hanno giocato di fatto a favore della Giunta militare al potere, estromettendo completamente dal processo politico le forze politiche laiche e riformiste, e soprattutto, i movimenti giovanili, i veri artefici della rivolta di piazza Tahrir e della storica caduta di Mubarak.
La sfida continua
Ma le insidie continuano ad essere dietro l’angolo. A seggi chiusi, ed in attesa dei ballottaggi del 5 dicembre e delle prossime tornate elettorali, il Partito Libertà e Giustizia ha già annunciato la sua vittoria. Più che prevedibile, come abbiamo già accennato, ma che porta in sé i germi di un possibile nuovo terreno di scontro: i leader della Fratellanza musulmana hanno già deciso di giocare d’anticipo ed hanno chiesto alla Giunta militare le dimissioni di El Ganzuri e la nomina di un nuovo Primo Ministro, proveniente dalle fila della formazione vincitrice di questa prima tornata elettorale, ossia il Partito Libertà e Giustizia. E ciò senza aspettare i risultati finali delle consultazioni. È difficile che la Giunta accetti tali proposte, ma è anche difficile spiegare alla popolazione l’utilità di un voto differito in tre mesi ai tempi di internet.
Le rivolte della primavera araba hanno conosciuto una velocità impressionante grazie ai nuovi media ed ai mezzi di comunicazione, e ciò contrasta fortemente con la concezione del potere degli Stati arabi contemporanei. La farraginosità delle strutture statali egiziane, calcolata o meno, risulta evidente anche dalla data prevista per le elezioni presidenziali. Si era pensato in un primo momento al 2013, ma la pressione della piazza ha fatto sì che la consultazione più importante per il futuro del Paese venisse anticipata al giugno del 2012, con una importante novità: insieme ai già noti El Bardei ed Amr Moussa, alcune indiscrezioni hanno fatto intravedere la possibilità della candidatura del maresciallo Tantawi alla carica di Presidente del futuro Egitto, sorprendendo apparentemente tutti.
Conclusioni: i rischi del modello turco
In realtà non si tratta di alcuna sorpresa in un Paese che dal colpo degli ufficiali liberi del 1952 ha sempre avuto un Presidente espressione dell’ambiente militare. E, se ben si vede il processo di transizione che abbiamo descritto sin qui, si può notare che, a volte con difficoltà, a volte con la preziosa compartecipazione di altri importanti attori politici (in particolare i Fratelli musulmani), i militari hanno fatto di tutto per restare al vertice dello Stato, indirizzandone il percorso e ponendo una seria ipoteca sul futuro del Paese.
D’altronde è abbastanza diffusa e comune l’opinione che l’Egitto stia seguendo le orme del modello turco, indicato dai più come un esempio di successo all’interno del mondo arabo, grazie alle straordinarie performance economiche di Ankara e della sua ritrovata ambizione sul campo internazionale. Ma non bisogna dimenticare che prima di giungere a questa fase di sviluppo, la Turchia ha sperimentato diversi decenni di rigido controllo da parte dell’apparato militare, al fine di salvaguardare la proclamata laicità dello Stato, ma anche gli interessi economici e le rendite di posizione di uno degli eserciti più numerosi del mondo intero. È forse questo lo stesso destino che attende l’Egitto, poiché se è vero che alcune delle condizioni che presenta il Paese sono diverse rispetto a quelle turche (e ci riferiamo soprattutto alla presenza di importanti elementi religiosi che stanno per cogliere uno storico risultato elettorale in questi giorni e nei prossimi mesi), la posizione predominante dell’esercito e la profonda influenza dei vertici militari sull’intero Paese accomuna senza alcun dubbio i due casi.
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