A cura di Alessandro Demurtas
L’approvazione del nuovo Patto di stabilità e crescita da parte di 25 leader europei, sottoscritto il 2 marzo scorso, ha provocato una certa tensione fra l’Unione Europea (UE) e il nuovo esecutivo spagnolo, guidato dal Partito Popolare di Mariano Rajoy. Il nuovo trattato intergovernamentale europeo obbliga infatti la Spagna a ridurre il deficit pubblico al 4,4% entro il 2012. Dopo due settimane di intense trattative fra Bruxelles e Madrid, definite come un autentico “braccio di ferro” dalla stampa internazionale, il governo spagnolo è riuscito a patteggiare con l’UE un obiettivo del 5,3% del deficit per il 2012, senza incorrere in sanzioni da parte della Commissione europea.
Il nuovo Patto europeo di stabilità e crescita
Il Patto di stabilità e crescita, noto anche come fiscal compact, è stato approvato il 2 marzo scorso da 25 capi di stato e di governo dell’UE, ad eccezione di Regno Unito e Repubblica ceca. Il recente trattato intergovernamentale dovrà poi essere ratificato da ogni stato membro secondo i procedimenti previsti dalle legislazioni nazionali che vanno dall’approvazione parlamentare, come avviene in Italia, al referendum popolare, come nel caso dell’Irlanda, che in passato ha fatto tremare l’Europa per aver temporalmente bloccato in due occasioni il processo d’integrazione comunitaria (bocciando il Trattato di Nizza nel 2001 e il Trattato di Lisbona nel 2008).
La nuova disciplina prevista dal trattato europeo impone un maggiore controllo alle politiche di bilancio statali, obbligando i paesi firmatari ad inserire nella loro legislazione il principio dell’equilibrio di bilancio, con il corollario della drastica riduzione del deficit pubblico, che i parametri di Maastricht fissano sotto il 2% del PIL. L’obiettivo dichiarato è evitare che possa ripetersi la fortissima crisi del debito pubblico nell’Eurozona che ha portato la Grecia sull’orlo del default, con il rischio di contagio ad altre economie della zona dell’euro come quella irlandese, portoghese, spagnola ed italiana.
Stando a quanto previsto dal nuovo trattato di bilancio, la Spagna sarebbe obbligata a ridurre il suo deficit pubblico al 4,4% entro la fine del 2012 ed al 3% entro la fine dell’anno successivo, partendo da un livello dell’8,5% registrato alla fine del 2011.
Subito dopo la riunione dell’eurogruppo del 2 marzo, il Primo Ministro spagnolo recentemente eletto, il popolare Mariano Rajoy, si è appellato alla “sovranità nazionale” e alla difficilissima situazione economica del suo paese per giustificare una riduzione massima del deficit al tasso del 5,8% per il 2012. Secondo Madrid, il passaggio dall’8,5% al 5,8% del deficit comporterebbe già una riduzione della spesa pubblica pari a 30 miliardi €, l’obiettivo massimo plausibile che il paese – in piena recessione – possa garantire.
L’accordo sul deficit fra la Spagna e l’UE
L’accordo finale sul deficit fra Madrid e Bruxelles è arrivato il 13 marzo: la Spagna deve fissare il tetto massimo del deficit per il 2012 al 5,3% – mezzo punto percentuale al di sotto della cifra proposta da Rajoy – e operare quindi un ulteriore taglio di 5 miliardi € alla spesa pubblica. L’obiettivo della riduzione del deficit al 3% del PIL per il 2013 rimane invariato.
Questa misura è stata così commentata dal presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Juncker: “ciò che più preoccupa sono l’avanzamento della povertà e l’aumento del tasso di disoccupazione in Spagna, però è indispensabile pretendere uno sforzo aggiuntivo” al fine di stabilizzare il livello di indebitamento pubblico. Allo stesso tempo, Juncker ha cercato di smorzare i toni della polemica affermando che l’Europa è intransigente in relazione all’obiettivo finale del deficit al 3% del 2013 previsto dal fiscal compact, garantendo una certa flessibilità rispetto agli “strumenti scelti per la riduzione del deficit nel 2012”.
Come detto in precedenza, infatti, gli accordi iniziali prevedevano che la Spagna non superasse la soglia del 4,4% per il 2012 (ora aumentata al 5,3%), ciò che ha portato il Ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel García Margallo, ad affermare che il suo governo “ha vinto la battaglia [...] Ci hanno concesso il massimo che si poteva offrire”. Il Commissario europeo per l’economia, il finlandese Olli Rehn, ha affermato che l’Europa si aspetta che la Spagna “si attenga strettamente all’applicazione dei meccanismi previsti” nel nuovo patto di bilancio, col fine di controllare il tasso del deficit pubblico “in tutti i livelli della pubblica amministrazione”, dal governo centrale alle autonomie locali.
La risposta conciliatoria è arrivata dal Ministro dell’economia spagnolo, Luis de Guindos, che ha confermato “il compromesso assoluto relativo alla riduzione della spesa pubblica”, che sarà accompagnato da importanti “riforme strutturali” di stabilizzazione dei livelli massimi del deficit e del debito.
I motivi d’incertezza rispetto al futuro
L’accordo raggiunto fra Madrid e Bruxelles ha sollevato alcuni dubbi importanti relativi alle conseguenze della mancata applicazione rigorosa degli obiettivi previsti dal nuovo patto europeo di bilancio.
In primo luogo, il caso spagnolo ha suscitato la polemica da parte di alcuni paesi europei, i quali accusano l’UE di riservare un trattamento privilegiato agli stati con maggiore peso politico nelle istituzioni comunitarie, mantendosi invece inflessibile con gli altri paesi. Il tutto nasce perché il 13 marzo, giorno in cui è stato approvato l’accordo sul deficit spagnolo, all’Ungheria è stato negato il finanziamento di 495 milioni € del fondo di coesione europeo a causa della violazione della disciplina del fiscal compact. Stando alla nuova normativa, il governo di Budapest del conservatore Viktor Orban – già oggetto di una procedura d’infrazione dell’UE per una riforma costituzionale che potrebbe violare alcuni principi fondamentali dell’acquis comunitario – dovrebbe rispettare il tetto massimo del 2,5% del deficit per il 2012, percentuale molto più bassa rispetto al 5,3% preteso alla Spagna, nei confronti della quale non sono inoltre previste sanzioni. Lo scorso 15 marzo, nel giudicare inaccettabili le misure europee conseguenti all’eccesso del deficit ungherese, il premier ungherese Orban ha dichiarato: “Non saremo una colonia. Non saremo cittadini europei di seconda classe. La nostra legittima petizione è che si applichino gli stessi criteri applicati agli altri paesi”. In secondo luogo, il caso spagnolo dimostra che la disciplina fiscale comunitaria è incompleta e che l’UE deve fare ulteriori progressi legislativi in materia. Un’applicazione non rigorosa del trattato potrebbe essere interpretata come una mancanza di compromesso politico solido fra i paesi europei, incapaci di mettere in pratica quanto previsto dagli accordi ufficiali.
Questo potrebbe provocare un ulteriore effetto collaterale in caso di una reazione negativa dei mercati: l’aumento dello spread, il differenziale del tasso d’interesse pagato ai titolari del debito pubblico di un paese europeo rispetto ai buoni di stato (Bund) tedeschi. Attualmente lo spread spagnolo è stabile intorno ai 330 punti per i buoni decennali, ma non vi sono garanzie che la situazione non possa peggiorare velocemente, come avvenuto in Italia alla fine del 2011.
L’ultimo effetto negativo è legato alle misure di austerità economica, le quali – stando a quanto affermato da Guntram Wolf, vicedirettore del think tank Bruegel di Bruxelles – rallentano ulteriormente il processo di crescita economica statale: la riduzione della spesa pubblica ha un effetto di contagio negativo che provoca la contrazione degli investimenti e dei consumi privati, oltre ad un aumento del tasso di disoccupazione.
I dubbi relativi al caso spagnolo in concreto sono stati sollevati da uno studio effettuato da un’autorevole società esperta nella consulenza aziendale, finanziaria e fiscale, Ernst & Young, in collaborazione con la Oxford Economics, la quale offre delle previsioni fortemente negative in relazione alla situazione economica della Spagna.
Secondo un recente studio, il deficit spagnolo non scenderà sotto il 6,1% nel 2012 e sotto il 3,4% nel 2013, nonostante quanto pattuito con l’UE nei giorni scorsi, mentre il tasso di disoccupazione continuerà a crescere, superando la soglia del 25% entro il 2013. E prosegue affermando che le previsioni relative all’andamento del PIL spagnolo continuano ad essere negative: la contrazione nel 2012 sarà dell’1,2% (al di sotto dell’1,5% previsto dal governo spagnolo, ma al di sopra dell’1% dichiarato dalla Commissione europea) e dello 0,6% durante il 2013. Il PIL spagnolo inizierà a crescere solo a partire dal 2015, e non a partire dalla fine di quest’anno, come previsto dal governo di Rajoy.
In sostanza, secondo Ernst & Young la Spagna non sarà in grado di rispettare gli impegni assunti di recente con l’UE e la sua situazione economica e finanziaria rimarrà altamente instabile, almeno fino al 2015.
Conclusioni
L’accordo sulla riduzione del deficit pubblico spagnolo dimostra come la disciplina di stabilizzazione fiscale adottata dall’UE con il nuovo Patto europeo di stabilità e crescita abbia bisogno di compiere ulteriori progressi normativi. Il trattamento preferenziale riservato alla Spagna rispetto ad altri paesi europei, come l’Ungheria, ha scatenato una polemica all’interno dell’UE che rischia di bloccare qualunque progresso in materia d’integrazione e controllo della disciplina del debito e della spesa pubblica, indispensabili per evitare l’effetto contagio tanto temuto dopo il rischio di default greco. La difficile situazione spagnola, confermata anche dalle stime negative di crescita relative alla disoccupazione, al PIL e al deficit per il 2012 e il 2013, lasciano presagire che il paese iberico è ancora lontano dall’uscita dalla crisi economica e finanziaria che l’ha duramente colpito nel 2008 e che difficilmente potrà onorare gli impegni assunti nell’arena europea.
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