A cura di Eugenio Dacrema
Burj al-Khalifa (Torre del Califfo), il più alto edificio del mondo che oggi domina lo skyline di Dubai è forse il simbolo più significativo della crisi che nel 2008-2009 ha colpito duramente il piccolo emirato, insieme agli altri paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gulf Cooperation Council, GCC). Quando infatti venne inaugurata, nel gennaio 2010, la torre cambiò nome da Burj Dubai a Burj Khalifa, il nome del Presidente dell’emirato di Abu Dhabi. Fu infatti necessario il massiccio intervento economico della Banca Centrale degli EAU, sostenuta soprattutto dai fondi di Abu Dhabi, per salvare Dubai dal collasso finanziario e permettere l’ultimazione dell’enorme edificio. Dall’inizio del 2010 molte cose sono però cambiate, e sia Dubai che il resto dei paesi del GCC versano in condizioni finanziarie di gran lunga migliori.
Il sistema bancario
Questa nuova stabilità ha saputo reggere anche all’impatto della Primavera Araba e dell’incertezza che essa ha portato nei mercati finanziari. Fattore fondamentale della ritrovata solidità è sicuramente, ancora una volta, il prezzo del petrolio, che ha toccato negli ultimi due anni nuovi record, permettendo ai paesi del Golfo di disporre delle risorse finanziarie per compensare i danni causati dalla crisi economica.
Non avendo un mercato azionario particolarmente sviluppato, il sistema finanziario del GCC si basa principalmente sulle banche, le quali hanno beneficiato ampiamente della liquidità derivata dai ricavi petroliferi. Le autorità hanno inoltre cercato di arginare i fattori che hanno reso i paesi del Golfo particolarmente sensibili alla crisi finanziaria, cercando di migliorare l’ambiente competitivo in cui operano gli attori finanziari, e soprattutto cercando di migliorare il sistema legislativo. Le lacune, soprattutto in quest’ultimo campo, erano infatti notevoli; basti pensare che alcuni paesi come Oman e Qatar hanno varato solo in questi ultimi mesi legislazioni omogenee in tema di bancarotta.
La rinnovata salute del sistema bancario ha portato un buon recupero anche del mercato immobiliare, i cui prezzi erano andati in caduta libera durante la crisi. In particolare gli EAU, il paese più attivo nel real estate market, hanno visto un sostanziale incremento dei prezzi, che sono arrivati molto vicini ai livelli pre-crisi. Nonostante i miglioramenti significativi, il sistema bancario del GCC soffre ancora di una mancanza di diversificazione degli investimenti, ancora troppo dipendenti dai mercati di petrolio e gas. Questo fattore, se negli ultimi anni di prezzi elevati ha portato ovviamente dei benefici, potrebbe portare a nuove crisi di liquidità nel caso di caduta verticale dei prezzi dell’energia, eventualità improbabile ma non del tutto escludibile.
Diversificazione ed energie alternative
Resta comunque ben presente tra le elite economiche del GCC la consapevolezza che questo periodo di alti prezzi non può durare per sempre e che per mantenere gli attuali livelli di ricchezza è necessario accelerare il ritmo della diversificazione economica. Il “summit degli Uomini d’Affari Arabi”, conclusosi a Doha il 23 febbraio scorso, ha rimarcato su questo punto, sottolineando anche come i progetti per la diversificazione debbano concentrarsi anche nella ricerca sulle energie alternative.
Grossi progetti in questo campo sono stati intrapresi soprattutto dagli EAU, seguiti recentemente anche dall’Arabia Saudita e dal Qatar. Abu Dhabi ha lanciato alla fine del 2011 un progetto faraonico per la costruzione della “Città del Futuro”, un enorme complesso residenziale, completo di centri finanziari e industriali, completamente alimentato ad energie alternative, in primo luogo quella solare. I progetti sauditi e qatarini in questo campo restano invece ancora sulla carta, anche se grossi stanziamenti sono previsti durante il 2012. Riyadh ha però recentemente lanciato il proprio programma per il nucleare civile, che dovrebbe portare alla costruzione di diverse centrali atomiche nel prossimo decennio, allo scopo di portare l’energia nucleare a coprire il 20% del fabbisogno saudita. Nel frattempo la famiglia reale è molto attiva nei progetti di diversificazione nel campo petrolchimico, che sta progressivamente raggiungendo livelli di eccellenza, e che dovrebbe andare nel tempo a diversificare le esportazioni saudite, che al momento si basano sul petrolio per l’85%.
Da Occidente a Oriente
Parte integrante della pianificazione economica futura dei paesi del GCC è la progressiva rimodulazione degli interessi economici da Occidente verso Oriente, e in particolare verso la Repubblica Popolare Cinese. I paesi del Golfo rientrano infatti all’interno dei piani cinesi per una progressiva apertura del proprio sistema finanziario che porterà lo Yuan ad essere, insieme a dollaro ed euro, una delle principali valute di scambio. A questo proposito la Cina ha chiuso recentemente un accordo di swap di valuta con il Qatar, e potrebbe chiuderne uno analogo con gli EAU entro la fine dell’anno. Ha inoltre chiuso un accordo di collaborazione tecnologica e scientifica con l’Arabia Saudita per lo sviluppo concertato dei piani per il nucleare civile. La Cina è inoltre diventata il principale importatore del petrolio saudita, mentre il continente asiatico nel suo complesso pesa per quasi due terzi delle esportazioni dei paesi del GCC. In particolare, il colosso petrolifero saudita Aramco ha intrapreso un massiccio programma di investimenti in tutto l’estremo oriente, soprattutto nei settori petrolifero e petrolchimico.
Sono comunque ancora stretti i legami con l’Europa, almeno sul piano commerciale. L’Unione Europea è infatti ancora di gran lunga la prima fonte delle importazioni per i paesi del GCC, soprattutto per quanto riguarda i componenti industriali e i tecnologici. I rapporti che hanno subito una netta crisi sono invece quelli con gli Stati Uniti, e in particolare fra casa reale saudita e amministrazione Obama. A raffreddare le relazioni ha contribuito soprattutto la Primavera Araba, che ha visto profondi disaccordi fra i due paesi sia nelle crisi egiziana e tunisina, sia soprattutto nella repressione da parte delle forze armate del GCC delle proteste in Bahrein, che ha provocato grande imbarazzo all’amministrazione americana. Accanto alle difficoltà sul piano dei rapporti politici, è da registrare una sostanziale diminuzione degli scambi tra GCC e Stati Uniti, sia sul piano commerciale, sia su quello finanziario. Gli USA infatti basano ormai sul Golfo una percentuale assai inferiore delle proprie importazioni petrolifere rispetto al passato, mentre da parte loro le case regnanti del Golfo hanno smesso di investire sul mercato statunitense gran parte delle proprie ingenti risorse finanziarie. La crisi iraniana, e la protezione militare americana sugli stati del Golfo sono perciò al momento il solo vero fattore che lega ancora strettamente Stati Uniti e GCC, i cui rapporti sono destinati, secondo molti analisti americani, a trasformarsi progressivamente da una vera alleanza verso un più pragmatico rapporto di scambio di favori reciproci da ricontrattare di situazione in situazione.
Conclusioni: il dopo-Primavera Araba e l’incognita della stabilità
Dopo aver superato brillantemente la crisi economica che aveva concretamente rischiato di mettere in ginocchio il sistema bancario dei paesi del GCC, Il 2011, l’anno delle rivoluzioni arabe, è stato un altro duro banco di prova per le monarchie petrolifere del Golfo. Le case reali, Bahrein a parte, hanno però saputo gestire la situazione assai più brillantemente delle loro controparti nord africane. Il mix di efficiente repressione e di aiuti economici che ha spento le velleità rivoluzionarie che erano sorte in particolare in Arabia Saudita e Oman è stato reso possibile principalmente dalle grandi risorse derivanti dalle rendite petrolifere.
La casa reale saudita infatti, nel momento di massima tensione nella primavera 2011, è stata in grado di mettere in campo da un giorno all’altro 130 miliardi di dollari di spesa pubblica straordinaria, destinata ad aumenti di stipendio, edilizia pubblica, nuovi impieghi statali, e un generoso sussidio di disoccupazione. Allo stesso modo in Oman e, con meno successo, in Bahrein, le rendite petrolifere sono andate a tamponare il malcontento della popolazione, alimentato dagli stessi fattori – disoccupazione, immobilismo e corruzione – che hanno portato alla caduta dei regimi di Libia, Egitto e Tunisia.
La capacità di superare la Primavera Araba senza grandi contraccolpi non ha però reso le monarchie del GCC, e soprattutto l’Arabia Saudita, immuni da altri fattori di destabilizzazione. In particolare la casa al Saud è negli ultimi mesi alle prese con la spinosa questione della successione e del passaggio alla seconda generazione dei discendenti del fondatore del regno Abdelaziz al Saud. La mancanza di regole certe per stabilire il successore tra i numerosissimi nipoti di Abdelaziz potrebbe infatti determinare una grave crisi nella stabilità interna alla stessa casa reale, con lo scoppio di faide interne tra i membri della famiglia nelle cui mani sono concentrati praticamente tutti i poteri statali. Una destabilizzazione dell’Arabia Saudita, il paese di gran lunga economicamente, geograficamente e demograficamente più importante del GCC, potrebbe facilmente contagiare l’intera regione e le monarchie ad essa affini.
Da non trascurare, nel lungo periodo, ci sono infine i fattori di destabilizzazione che hanno determinato la Primavera Araba, e che le monarchie del Golfo son state fino ad ora certamente in grado di arginare molto brillantemente, ma non di eliminare.
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