Dal salvataggio di un paese a quello del suo sistema bancario
23 Apr 2012
A cura di Rocki Gialanella
Il recente colpo di coda della crisi del debito nell’area euro, ha messo in seria difficoltà la Spagna e le sue banche. Questa volta le autorità europee potrebbero optare per una forma di salvataggio meno invasiva
All’interno di un dibattito sempre più acceso sulle strategie da seguire per evitare che la quarta economia dell’eurozona sia trascinata nel baratro, sono state avanzate proposte differenti e, a volte, contraddittorie. In piena scalata dei differenziali di rendimento, l’opzione che ha trovato più spazio sui media è quella incentrata sull’arrivo di aiuti internazionali, tuttavia, tale possibilità agita il fantasma dei salvataggi, poco efficaci ed efficienti, orchestrati dal Fondo Monetario Internazionale e dall’Unione Europea, nei casi di Grecia, Irlanda e Portogallo.
Con questi precedenti in mente, non è strano che la risposta delle autorità spagnole dinanzi a qualsiasi tipo di offerta di aiuto si sia materializzata in un chiaro diniego. ‘Non ha senso parlare di un salvataggio per la Spagna, il paese non ne ha bisogno’, ha dichiarato Mariano Rajoy, capo del Governo. La reazione adirata di Madrid contrasta con l’effervescenza della discussione che si tiene a Bruxelles, dove non viene scartata a priori nessuna soluzione che possa supportare la stabilizzazione dell’economia spagnola.
A cosa si deve questa profonda differenza? Probabilmente al fatto che nella capitale spagnola e in quella comunitaria si sta parlando di due diverse ipotesi di salvataggio. In seno alle istituzioni comunitarie, nessuno ha pianificato, che si sappia, un salvataggio totale della Spagna sul modello di quello verificatosi nei tre paesi soccorsi fino a questo momento. L’operazione sarebbe difficilmente sostenibile dal punto di vista delle risorse (il Fondo di salvataggio ha poco più di 200.000 mln di euro e la nuova versione dello strumento sarà messa a punto non prima di giugno e potrà fare affidamento su una disponibilità complessiva di circa 500.000 mln di euro). In tutti i casi, la conseguenza più temuta di un potenziale intervento a favore della Spagna è il coinvolgimento di un altro gigante dell’eurozona: l’Italia.
In uno scenario poco promettente, la buona notizia è che da qualche mese, Il FEEF può svolgere funzioni più sottili con meno risorse di quelle necessarie per i salvataggi classici. Una delle modalità d’intervento ‘soft’ consiste nell’apertura di linee di credito a dodici mesi (che prevedono due rinnovi semestrali) per un valore che può arrivare al 10% del Pil di un paese (pertanto fino a 100.000 mln nel caso della Spagna). Bruxelles riconosce che l’obiettivo di queste linee è sostenere i paesi che realizzano politiche di risanamento, evitando di far patire le connotazioni tipicamente negative di un intervento in piena regola.
Altre fonti comunitarie puntano l’attenzione sulla funzione del FEEF nel processo di ricapitalizzazione del sistema bancario di un paese, senza sottoporlo a un programma di aggiustamento brutale come quelli previsti dal Fondo Monetario Internazionale. In tal caso, Madrid potrebbe riuscire a rispettare i requisiti (si richiede che il capitale privato e pubblico abbiano esaurito la propria capacità di partecipare alla ricapitalizzazione) necessari per avanzare la richiesta di aiuto. In cambio, le entità aiutate dal FEEF tramite lo stato spagnolo dovrebbero accettare di sottoporsi a una ristrutturazione controllata dalle autorità competenti comunitarie. Un report curato da Deutsche Bank indica che il possibile apporto del Fondo di salvataggio alle necessità della banca spagnola ammonterebbe a 50.000- 75.000 mln di euro.
Fonti comunitarie sostengono che questo tipo di salvataggio settoriale eviterebbe il rischio di naufragio del sistema paese. Allo stesso tempo, si rileva che questa modalità richiede uno straordinario sforzo in termini di comunicazione, per evitare che i mercati vadano in confusione e finiscano per confondere un sostegno congiunturale di dimensioni settoriali con un problema di solvibilità nazionale.
L’UE non ha esperienza in materia di aiuti settoriali a un paese perché nel caso irlandese, l’unico che si sarebbe prestato a tale tipo d’intervento, s’intervenne con risorse gestite da Berlino in una fase in cui la spirale debito pubblico/privato di Dublino era ormai incontrollabile. Adesso, la Commissione Europea e la BCE non sembrano propense a ripetere quell’errore. E per evitare altri problemi hanno a disposizione, dopo la riforma del 2011, il FEEF, strumento in grado di approvare in tempi stretti un’operazione di acquisto di titoli obbligazionari dei paesi in difficoltà sul mercato secondario, sempre che un paese lo richieda e la BCE confermi l’esistenza del rischio di contagio. A differenza di Francoforte, il FEEF avrà la possibilità di intervenire anche nel mercato primario del debito acquistando il 50% delle nuove emissioni. Entrambe le soluzioni liberano la BCE dai piani di acquisto titoli.
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