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Approfondimento



Le elezioni politiche fonte di volatilità dei mercati

09 May 2012

I risultati delle elezioni politiche sono spesso fonte di forte volatilità dei mercati, che ne traggono una pura reazione emotiva e raramente riescono a coglierne l’impatto sull’economia nel medio lungo termine.
Alcuni esempi clamorosi: i forti ribassi di Equity e Bonds a causa dell’elezione di Lula a Presidente del Brasile (uno dei maggiori boom economici degli ultimi 20 anni), viceversa il forte rialzo susseguente il primo successo elettorale di Berlusconi nel ’94 (a cui seguì in pochi mesi un forte ribasso di Borsa e Btp e il minimo della lira contro Deutsche Mark a 1300 un anno dopo).
La settimana in corso è iniziata con i risultati delle elezioni in Francia, Grecia, Regno Unito, Schleswig- Holstein (la terra di Schumacher!), Italia e si concluderà domenica prossima con le lezioni nella Renania Westphalia (il Lander più popoloso e industrializzato della Germania). Forti emozioni per gli High Frequency Traders e la speculazione, che daranno vita a veloci scorribande, ma per comprendere le conseguenze economiche a medio termine occorreranno perlomeno alcune settimane. Per adesso il compito degli analisti politicoeconomici può essere solo quello di delineare alcuni scenari possibili e di valutarne col tempo l’evoluzione effettiva.

Lo scenario più probabile appare un mutamento di rotta delle politiche economiche dei Paesi dell’Eurozona verso una maggiore attenzione agli interventi volti a stimolare la crescita, ma le modalità attraverso le quali i politici e i vertici della Bce ritengono opportuno operare sono molteplici e spesso in contrasto tra loro: realizzare il ‘Growth compact’ sarà un impresa lunga e difficile. In ogni modo Angela Merkel rischia di rimanere sempre più isolata politicamente ed un eventuale sconfitta nella Renania Westphalia giocherebbe a suo sfavore anche sul fronte interno, soprattutto se da queste elezioni uscissero sconfitti anche i Liberali e rafforzata la Spd, che risulta decisiva anche per la ratifica del Fiscal Compact in Parlamento. I dati economici dell’Eurozona delle ultime settimane, con i Pmi di Italia e Spagna in caduta libera, dimostrano come in una fase di rallentamento economico le manovre di eccessivo inasprimento fiscale producono immediatamente ulteriori effetti recessivi, mentre le riforme strutturali e la riduzione del deficit possono indurre maggiore crescita solo nel medio termine. Nell’ambito di una implementazione di politiche volte a stimolare la crescita nell’Eurozona, la Germania stessa dovrebbe stimolare la crescita interna accettando una politica monetaria totalmente accomodante e più alti livelli di inflazione interna, in modo da riequilibrare la competitività degli altri Paesi dell’Eurozona, senza che questi siano colpiti da una deflazione. Nel breve forse queste teorie possono apparire fantascientifiche, vista la ferma opposizione della Merkel e della Bundesbank, ma come sempre ‘the future is unwritten’ e i winds of change chiaramente emersi dai risultati elettorali possono diventare ‘tailwinds’ che vanno a sostituirsi agli attuali famigerati ‘headwinds’ che tanti danni hanno portato alle economie e ai mercati Europei negli ultimi 2 anni. Senza una politica di crescita la Spagna rimarrà per anni ingarbugliata nella matassa che lega a doppio filo Banche e Mercato immobiliare, con rischi per tutto il sistema finanziario dell’Eurozona (proprio in questa ore sarebbe in fase di definizione un piano di intervento del Governo nel capitale di Bankia, con la conseguente ristrutturazione del principale erogatore di mutui). Non è più possibile chiedere ulteriori sacrifici alla Grecia, così come non è più lecito che i contribuenti dei Paesi dell’Eurozona gettino un’ulteriore manciata di miliardi di Euro nella fornace del deficit Greco, meglio lasciare la Grecia libera di fare le sue scelte e comunque di subirne le eventuali conseguenze, positive o negative che esse siano.

Quello che abbiamo cercato di delineare ci sembra essere lo scenario più probabile e ‘molto in lontananza’ si intravvede la strada per uscire dalla crisi, ma, non illudiamoci, sarà una ‘bumpy road’ e quindi i mercati dovranno affrontare ancora molta volatilità e repentini mutamenti di direzione come abbiamo visto lunedì 7 maggio.

Gli U.S.A. rimangono in una fase di crescita economica positiva, anche se caratterizzata da una notevole discontinuità dei dati economici (non ultimi un indice Ism manufacturing estremamente positivo, controbilanciato dai dati mensili di nuovi posti di lavoro piuttosto deludenti), tanto da richiamare evidenti parallelismi con il ‘soft patch’ dell’economia tra II e III trim. che ha caratterizzato il 2010 e 2011. La struttura della ripresa negli U.S.A. ci sembra al momento più solida rispetto agli ultimi 2 anni (significativo che in marzo il credito al consumo abbia registrato un aumento di 21,3 mld, l’incremento maggiore dal novembre 2001, che sembra essere una indiretta conferma dei notevoli miglioramenti del mercato del lavoro) e la transizione della Cina verso una crescita più moderata, determinata da un incremento dei consumi interni, appare su una buona strada. In entrambi i casi nelle prossime settimane si dovrebbe vedere gli effetti positivi del ribasso dei prezzi petroliferi e questo potrebbe essere la spinta decisiva per indurre la P.B.O.C ad un’ulteriore riduzione della riserva obbligatoria.

SP500, Nasdaq e Shangai Composite sono i mercati azionari con la maggiore forza relativa e le migliori potenzialità di medio termine, come più volte abbiamo indicato, mentre DAX, Eurostoxx50 e FtseMib hanno effettuato un ‘acid test’ dei minimi di aprile, ma nel breve non ci sembra che vi siano spazi di ulteriori importanti ribassi, piuttosto un ‘bottom in progress’, sempre che nel medio termine risulti veritiera la nostra ipotesi secondo cui i dati economici del II trim. della maggior parte dei Paesi dell’Eurozona rappresentino il punto più nero della crisi in atto. Sul fronte dei mercati obbligazionari reiteriamo la nostra visione moderatamente positiva sui BTP a medio lungo termine.




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