A cura di Alberto Menconi
Il periodo non facile sta indubbiamente portando ad una profonda riflessione sul modello europeo e probabilmente ci sono considerazioni politiche da fare, oltre a condizioni finanziarie da far rispettare
Il deficit democratico
I giornali riempiono le loro pagine parlando di crisi economica, di default, di Grecia e Spagna, dei paesi in crisi per la disoccupazione, l'inflazione ed altri indicatori economici dall'andamento non certamente esaltante. Si parla delle cattive condizioni economiche italiane, della crisi partitica in alcuni paesi, delle influenze esterne in altri, ma quello che sui giornali trova meno spazio é la crisi politica dell'Unione Europea. Perché nel mirare alla luna, molti sfortunatamente si perdono sul dito.
Le due cose sono, indubbiamente, legate ed é normale che, al momento, sia la crisi economica a prendersi le luci della ribalta, ma badare semplicemente ai problemi odierni senza avere una visione di prospettiva significa risolvere -eventualmente- un problema per poi ritrovarsi in una crisi ancora più profonda.
Si, perché sembra proprio la dimensione politica la -parziale- colpevole di questa situazione economica, ed allo stesso modo il gigante europeo sembra molto meno efficace quando si tratta di scegliere dove andare piuttosto che quando si tratta di stanziare dei prestiti per l'economia in crisi di turno.
I palazzi del potere a Bruxelles rispecchiano la loro temperatura: freddi. Lontani dai cittadini, che vedono i telegiornali e sentono di riunioni su riunioni, incontri notturni, nuovi meccanismi dagli acronimi improbabili, decisioni importantissime. Vedono ma non capiscono, perché non si sentono parte del progetto. Mancanza di elezioni dirette a livello europeo? Forse. Mancanza di una stampa europea più che nazionale? Forse. Sono tante le spiegazioni che si possono dare a questa disaffezione, ma una di esse é senza dubbio la crisi politica dell’UE. Passi per i greci, che si vedono imporre delle decisioni non loro, e quindi se la prendono con Bruxelles, ma anche altrove la situazione non é dissimile.
L'UE é un progetto nato e sviluppatosi traendo legittimazione dal basso, andando pian piano (lo testimonia l'evoluzione dei poteri del Parlamento Europeo ad esempio) a dare maggiori poteri al popolo stesso. Un processo "bottom-up", dal basso verso l'alto. Ora é come se questo alto si stesse staccando dal basso, dal fattore che lo ha fatto nascere. Se da un canto ciò può significare che la creatura europea é in grado di camminare da sola, dall'altro non si può fare a meno di notare come ciò comporti una delegittimazione. Oltre a porre dei quesiti quanto all'efficacia di tale movimento senza la sua fonte primaria di legittimazione.
La partecipazione ed i risultati a vari referendum (Irlanda, Francia) recentemente ci han fatto pensare che i cittadini europei si siano stufati di non potere dire la loro. Bisogna colmare questo deficit democratico.
La crisi politica
Se si legge un giornale é facile prendere coscienza di quello che l'UE sta o meno facendo per risolvere la crisi finanziaria. Una pletora di risoluzioni, dichiarazioni, firmate Parlamento Europeo, Commissione Europea, Consiglio, Ashton, Van Rompuy, insomma targate tutte UE. Tuttavia, che le decisioni non siano prese da loro quanto da Berlino e Parigi é un vero e proprio "segreto di Pulcinella". Ed anche se fossero decisioni autentiche, chi sono questi Ashton e Van Rompuy? Sono scelte di compromesso al ribasso. Non vuole esser una posizione forzatamente critica, ma semplicemente una constatazione, visto che la Baronessa inglese prima di diventare il punto di riferimento degli affari esteri dell' Europa avesse solo nozioni di commercio, per di più a livello nazionale, e visto che il politico belga fosse sì noto in patria, ma sicuramente non la figura di spicco che 500 milioni di europei aspettavano per guidarli. Lungi dal citare il deputato europeo inglese Nigel Farage con le sue invettive, ma sono effettivamente questi i migliori esponenti politici europei?
D'altronde la situazione a Bruxelles rispecchia esattamente quella negli Stati membri.
Se si pensa a Grecia, Italia e Portogallo, vediamo paesi alle prese con la crisi, con governi nuovi formati o per provvedere tecnicamente a delle riforme visti i precedenti fallimenti, o comunque con situazioni poco stabili, come in Spagna. Non si sta certo meglio in Francia, dove l'esito delle prossime presidenziali non é scontato, ed in altri paesi nordici alcuni partiti estremisti stanno guadagnando peso con il tempo. Insomma, difficile avere una prospettiva comune quando é già arduo averne una propria. Ed il periodo non é neanche dei più facili. Si fa un gran parlare della crisi economica, che indubbiamente complica il progetto europeo, ma merita menzione anche il momento di transizione che la struttura dell'UE sta attraversando.
Il progetto europeo é sembrato, sinora, un progetto a lenta lievitazione: piano piano si acquistavano sempre più competenze, poteri, prerogative, il personale delle Istituzioni cresceva, così come cresceva il numero di agenzie ed uffici. Da qualche anno a questa parte l'UE si sta fermando.
Qualcuno pensa che le prerogative conferite a Bruxelles siano troppe e cerca di riprendersene qualcuna, altri invece sono ansiosi di mettere controlli e controllori per poter meglio supervisionare tutto il procedimento, altri ancora remano contro. Ed allora ecco che arrivano i possibili tagli al personale, i minori investimenti camuffati come effetto della crisi, le nomine-compromesso per tarpare le ali. Non è un complotto, si badi bene, ma un processo naturalissimo. Eh si, perché ogni progetto ha bisogno della sua prova di maturità, e quello europeo non fa eccezione. Ed é qui che si vedrà di che pasta é veramente fatta l'Europa. I segnali non sembrano incoraggianti, ma la tendenza si può sempre invertire. Ed il momento per invertirlo sarebbe anche propizio. Perché il progetto europeo non sarà mai tale se, oltre alla sfera economica, non verrà potenziata quella che é la sua dimensione esterna, internazionale.
In virtù di questo obiettivo, l'UE ha, un anno e mezzo fa, fatto entrare in funzione il suo Servizio di Azione Esteriore. Dopo circa cinquecento giorni, si può ragionevolmente affermare che questa scelta ancora non é stata portata a termine. Mancano ancora delle nomine in posizioni chiave, si stanno ancora reclutando funzionari a vari livelli, manca la chiarezza riguardo a determinate divisioni di competenze e manca, come peraltro in tanti altri settori, l'apertura verso l'esterno, testimoniata dal fatto che un organigramma pubblico ancora non esiste.
Serve uno strumento flessibile, e veloce, perché un attore internazionale del calibro dell'UE non può permettersi di agire lentamente, ma deve essere pronta a reazioni immediate, di modo da poter guidare le risposte ed indirizzare gli sforzi internazionali verso l'obbiettivo desiderato. Serve un processo decisionale interno più autonomo, che non sia corrispondente ad una doverosa consultazione delle ventisette capitali, ma che sia un processo comune, unitario, ispirato dagli stessi ideali, valori e non dalle considerazioni utilitaristiche particolari. Serve un valore aggiunto, perché altrimenti l'Unione non fa la forza.
Conclusioni
L'opinione pubblica riesce ancora a concedere ai leaders europei la scusante di tutti questi cambiamenti, della congiuntura particolare a livello internazionale, della non felice performance di alcuni stati membri.
Ma presto finirà il tempo delle scuse, e sarà l'ora di ridare linfa vitale al progetto europeo. E si vedrà veramente se l'organizzazione UE sarà in grado di assurgere semplicemente ad un ruolo regionale, come molte organizzazioni omologhe in giro per il mondo, oppure si prenderà la ribalta che la somma aggregata dell'importanza dei singoli Stati membri sembrerebbero suggerire.
È il momento delle scelte, e se gli scorsi decenni sono stati dedicati a "fare l'Europa", ci sono pochi dubbi che la prima parte del nuovo secolo sarà quella in grado di dirci che cosa sarà l'UE "da grande".
A tal fine mancano leaders con una visione politica chiara. Mancano i Delors e gli Altiero Spinelli. Basta scelte di compromesso, piene di minimi comuni denominatori scelti per accontentare burocrati invece di esaltare un progetto. Il sogno europeo non era certo questo.
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