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Il caso



L’inflazione è una soluzione?

22 May 2012

A cura di Rocki Gialanella

La ripresa dell’eurozona potrebbe passare non soltanto per una graduale svalutazione dei redditi dei paesi periferici, ma aver bisogno di un’inflazione più elevata nei paesi core dell’area

A febbraio del 2010, Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, firmò un documento, intitolato ‘Ripensare la politica macroeconomica’, nel quale difendeva un’accelerazione della dinamica dei prezzi nei paesi più forti dell’eurozona. Lo scenario delineato da Blanchard non prevedeva l’applicazione di incrementi dei prezzi simili a quelli visti durante il decennio perduto in America latina o, peggio ancora, a quelli della Repubblica di Weimar. La proposta si basava sull’innalzamento del target inflativo fissato dalla Banca Centrale Europea dal 2% al 4%, con l’obiettivo di stimolare l’economia dell’eurozona, frenata da un’austerità eccessiva.

Due anni e mezzo fa, quando Blanchard presentò il suo rapporto, l’austerità compulsiva non aveva ancora preso piede e il FMI, che non può essere definito un organismo sovranazionale eterodosso, manifestava la necessità di rivedere la politica macroeconomica. In quel periodo, la risposta degli scienziati sociali più conservatori e della stampa più vicina al Governo di Berlino, utilizzò la definizione ‘neokeynesiano’ per accusare Blanchard di scarso rigore. Quest’ultimo assicurava che un’inflazione al 4% non avrebbe avuto nessuno degli effetti negativi che genera un incremento dei prezzi molto sostenuto. Questa variazione percentuale (4%) è, per esempio, quella posta in essere da Ronald Reagan alla base della politica economica adottata nel corso del suo secondo mandato presidenziale.

Ora alcuni cominciano a ragionare sull’opportunità di un provvedimento in tal senso. Nelle ultime settimane, una lettera inviata dalla Bundesbank (il guardiano più severo dell’ortodossia della stabilità) al Parlamento tedesco, e alcune dichiarazioni rilasciate dal suo capo economista, avallano la bontà di mantenere un’inflazione tedesca superiore al target individuato dalla BCE, per aiutare la competitività dei paesi della periferia europea alle prese con una crescita stagnante o assente. Ovviamente, l’accettazione di una simile prospettiva sul versante inflazionistico dovrebbe avvenire solo in presenza di un ferreo controllo sulle aspettative future dei prezzi.

Le critiche all’interno di un paese ossessionato dall’inflazione hanno finito per oscurare solo temporaneamente le considerazioni espresse da Blanchard trenta mesi addietro. La voce aggiuntasi recentemente al coro degli esperti favorevoli all’inflazione come soluzione dei problemi, appare ancor più sorprendente rispetto a quella dell’economista capo del FMI. Si tratta di Wolfgang Schaübel, ministro dell’Economia del cancelliere Merckel, che ha affermato come le pecche accumulate dal alcuni paesi europei sul versante della competitività non possono essere annullate solo mediante una svalutazione dei redditi.

Appare sempre più evidente che lo scacchiere delle cose da fare per rimettere in sesto l’eurozona sta venendo alla luce (forse con estrema lentezza): più inflazione, revisione degli obiettivi di deficit, tassa sulle transazioni finanziarie, aumento del capitale della BCE, emissione di eurobond per raccogliere capitali destinati a opere che siano in grado di far ripartire l’occupazione, attivazione di fondi strutturali.




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