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La Fed chiuse l’anno con un aumento dei tassi

14/12/2017

In linea con le attese, la Fed ha alzato i tassi di interesse di 25 punti base durante l’ultimo meeting del 2017. Il FOMC ha inoltre lasciato invariate le previsione per ulteriori incrementi dei tassi di interesse per il 2018 e per il 2019.

L’inflazione resta l’elemento verso il quale è rivolta l’attenzione del FOMC, visti i robusti dati dell’economia reale che continuano a crescere, uniti al tasso di disoccupazione ai minimi storici.La decisione di optare per un terzo rialzo dei costo del denaro quest’anno e il quinto da quando, nel dicembre del 2015, la Fed ha annunciato l’avvio del processo di normalizzazione della politica monetaria, non è stata presa all’unanimità.

Secondo gli ultimi dati, le prospettive per la crescita e l’occupazione sono positive, mentre lo scenario dell’inflazione è stabile. Secondo il team di Ethenea, questa modalità di intervento segnala la difficoltà della Fed nel comprendere pienamente l’attuale dinamica economica e in particolare la bassa correlazione tra l’inflazione e le altre macro variabili. L’incertezza su quale sia la scelta di politica monetaria corretta è dimostrata dal fatto che due membri della Fed erano favorevoli a mantenere i tassi invariati.

Charles Evan, presidente della Fed di Chicago, e Neel Kashkari, suo omologo di Minneapolis, si sono opposti agli altri sette membri del Fomc. Janet Yellen e Jerome Powell, suo successore alla carica di governatore della Fed, hanno entrambi votato a favore del ritocco al rialzo dei tassi. La prevalenza delle ‘colombe’ rispetto ai ‘falchi’ si è fatta notare anche all’interno del comunicato reso pubblico dall’istituto, sia nel capitolo dedicato alle proiezioni delineate per i prossimi anni sia sull’importanza che la Fed da agli effetti della riforma fiscale voluta da Donald Trump sull’economia statunitense.

Per quanto riguarda le potenziali implicazioni sui cambi, Maurizio Novelli, gestore di Lemanik, sostiene che la Fed non ha armi per impedire una discesa del dollaro, così come la Bce non ha più armi per impedire un rafforzamento dell’euro. Nel frattempo, la Cina ha iniziato a rallentare drasticamente l’accumulo di riserve valutarie in dollari e a frenare l’uscita di capitali. Ne deriverà un calo della domanda di dollari dall’Asia, meno acquisti di Treasuries e una diminuzione dello stock della liquidità internazionale.

Per queste ragioni, secondo il gestore, la Bce non raggiungerà facilmente il target di inflazione del 2% perché l’euro forte continuerà a frenare l’inflazione importata. Inoltre, dato che l’area Euro presenta politiche fiscali non espansive e demografia poco favorevole, continuerà a essere un’area a bassa inflazione, con avanzo di bilancia dei pagamenti e moneta forte.

Secondo la Yellen, i cambiamenti previsti dalla riforma fiscale avranno un impatto modesto sulla crescita del Pil. Il pacchetto di nuove norme darà solo un moderato impulso alla spesa dei consumatori e a quella per nuovi investimenti, ha sostenuto la governatrice della Fed. Secondo le stime del FOMC, l’impatto della riforma sulla crescita del Pil dovrebbe attestarsi allo 0,4% (i fautori della riforma fiscali lo fissavano al 2,5% a settembre scorso).

Attualmente la Fed mantiene inalterata la sua aspettativa di portare i tassi Usa al 2,1% nel 2018, cosa che implicherebbe tre rialzi dei tassi da un quarto di punto.  Nelle intenzioni della Fed, nel corso del 2019 il costo del denaro dovrebbe salire fino al 2,7%, lasciando la porta aperta a due o tre incrementi. Solo nel lungo periodo le proiezioni del FOMC delineano un atteggiamento più ‘da falchi’ con i tassi in salita fino al 3,1%.

A cura di: Rocki Gialanella

Parole chiave:

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