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Africa, un investimento a lungo termine

08/09/2017

Quando si parla dell’Africa difficilmente si mantiene un approccio razionale: se ne parla a volte come di un continente perduto, dove la fanno da padroni il sottosviluppo e il caos geopolitico più totale, altre volte come di un’area che, pur con mille contraddizioni, sta faticosamente emergendo da una povertà millenaria. L’arrivo di milioni di migranti nell’ultimo decennio non ha contribuito all’incremento della razionalità sull’argomento. In realtà diverse case di investimento continuano a pensare che il vero futuro, anche se non certo a breve termine, sia proprio nei mercati che vengono definiti “di frontiera” e dei quali l’Africa nel suo insieme è certamente uno dei più rappresentativi.

Ma cominciamo a questo punto a vedere un po’ di numeri, sia economici, sia di mercato.

L’indice borsistico più importante di questa macroarea è l’Msci Frontier Markets Africa Index, che è composto da 36 titoli quotati in 13 borse africane e copre circa l’85% della capitalizzazione dell’intero continente; si tratta di un sub-indice dell’Msci Frontier Markets. La keniana Safaricom, Maroc Telecom, Nigerian Breweries, la mauriziana Mcb Group e la marocchina Attijariwafa Bank sono i cinque titoli più importanti e la capitalizzazione complessiva dell’intero indice è di 30 miliardi di dollari, oggettivamente abbastanza bassa per essere rappresentativa di un intero continente: basti pensare che le sole Assicurazioni Generali capitalizzano da sole circa 25 miliardi di euro, circa la stessa cifra quindi.

La Nigeria e il Marocco con il 31% ciascuno sono i due paesi più rappresentati, mentre il Kenia con il 20% si colloca al terzo posto. Seguono le Mauritius con il 10%, il Senegal con il 3,5% e un indefinito “altri” con il 2,4%. Ovviamente da questo indice è escluso il Sudafrica, largamente la realtà economica e finanziaria più importante dell’intero continente, che viene però considerato un paese emergente e non di frontiera. Comunque in pratica, secondo Msci, le economie rilevanti non sono più di cinque.

La finanza, con il 43% del peso, le telecomunicazioni, con il 21%, e i consumi discrezionali, con il 15%, sono i tre settori più importanti. Contrariamente a ciò che si pensa, le materie prime, con il 10%, e l’energia, con l’1%, non hanno un’importanza fondamentale sui mercati azionari africani.

E se guardiamo l’andamento delle borse continentali certamente qualche dubbio sulla razionalità delle reazioni viene. Nell’agosto del 2002 l’indice navigava intorno a quota 80 e nel 2007, all’inizio della crisi economica e finanziaria globale, arrivò a sfiorare 800, quasi decuplicando il suo valore. Dopo il massimo, si registrò il crollo, con il passaggio a circa 250 in un anno. Da lì una discreta ripresa, fino agli attuali 534, che rispetto ai minimi del 2008 è una crescita largamente superiore al 100%, ma è ancora per un terzo sotto i massimi fatti registrare nel 2007.

Discreto l’andamento più recente: nell’ultimo anno il guadagno in dollari è stato del 30,27%, mentre dall’inizio dell’anno siamo a +24,26%. Sui tre anni si è verificata una perdita media annua del 7,29%, mentre sui cinque anni c’è stata una crescita media annua del 5,40%; chi avesse investito al momento in cui è partito l’indice, nel maggio 2002, avrebbe portato a casa oggi il 12,26% ogni 12 mesi. Si tratta come si può vedere di dati abbastanza contraddittori e che dimostrano una notevole volatilità.

A questo punto qual è la reale base di crescita? Dietro questo andamento dei mercati azionari c’è un’economia in grado di sorreggere la crescita azionaria? Nel 2016 l’incremento del Pil nell’Africa subsahariana, che rappresenta circa il 70% dell’indice Msci Frontier Markets Africa, è cresciuto dell’1,4% (grosso modo come l’Europa), mentre per il 2017 e il 2018 il Fondo Monetario Internazionale prevede una notevole ripresa: rispettivamente +2,6% e +3,5%. In pratica il mercato di frontiera per eccellenza, cioè l’Africa, dovrebbe vedere un buon recupero, sostenuto da un’economia che è ancora molto indietro, ma che appare certamente provvista di un discreto dinamismo.

Ma vedremo all’interno di questi dati generali che cosa si può attendere un investitore che desideri fare alcune differenze tra le diverse piazze finanziarie.

A cura di: Alessandro Secciani
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