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Usd e azioni, una fievole correlazione inversa

31/01/2017

Nel lungo termine, la rivalutazione del biglietto verde non ha provocato l’indebolimento dell’indice Standard and Poor’s 500, smentendo la tanto temuta correlazione inversa tra i due asset.

E’ di moda parlare del dollaro ed è facile trovare commenti su quale potrebbe essere la sua evoluzione nel futuro, l’impatto della sua quotazione sull’economia e i motivi che stanno alla base della rivalutazione sperimentata dalla divisa statunitense negli ultimi anni. Nel cross con l’euro il balzo all’insù è stato notevole, con il rapporto di cambio passato da 1,40 del 2014 ai circa 1,07 dei nostri giorni. L’usd si è rafforzato anche contro le altre principali valute (sterlina e yen) e la maggior parte di quelle dei paesi emergenti. 

Il nutrito gruppo degli emergenti è sicuramente quello più danneggiato dal rafforzamento del dollaro Usa. Il debito detenuto dai paesi emergenti in usd diventa sempre più pesante e può diventare un peso insostenibile per molti di questi paesi. Questo senza dimenticare l’impatto che tale rivalutazione può avere sull’inflazione, sui tassi d’interesse o sull’avvio di fughe di capitali.

Le ragioni che spiegano la rivalutazione dell’usd sono varie. In primis il cambio intervenuto nel ciclo economico e nella politica monetaria adottata dalla Fed, che potrebbe portare i tassi Usa in alto nell’arco di pochi anni. Per altro verso, non bisogna dimenticare l’effetto imputabile alla fine dei programmi di quantitative easing (che invece continuano a rimanere attivi in Europa e Giappone).

Se il trend di medio-lungo termine è quello appena descritto, qualche novità emerge dall’andamento seguito dall’usd nelle ultime  settimane. Se il 3 gennaio per ogni dollaro bisognava sborsare circa 0,961 euro (quotazione molto vicina alla parità), nella giornata di lunedì 23 gennaio il cambio è sceso fino a quota 0,928. Stamane la quotazione oscillava intorno a 0,9373. In poco più di due settimane, la divisa statunitense ha subito una correzione superiore al 3% rispetto alla divisa comune europea. La maggior parte degli esperti ritiene che la correzione sia dovuta alle incertezze generate dal ‘Piano Trump’ dopo le ultime dichiarazioni fatte dal neo presidente Usa.

Tuttavia, il ribasso dell’usd non si manifesta solo nel cross con l’euro. Il Dollar Index, che pondera la quotazione della divisa nordamericana rispetto a un paniere costituito dalle sei monete più importanti del pianeta, accumula dallo scorso 3 febbraio una contrazione del 3%.

Quale effetto sulle Borse? La correlazione inversa che da più parti viene sbandierata tra il dollaro e l’indice Standard and Poor’s 500 non appare tanto chiara. Quando due asset presentano una correlazione negativa (inversa) significa che, se uno sale l’altro tende a scendere in funzione di tale livello di correlazione. In tal modo –e se ciò fosse vero- i rialzi del dollaro dovrebbero essere normalmente accompagnati da cadute dello Standard and Poor’s 500.

Tra il 2009 e il 2013 la correlazione tra i due asset è stata effettivamente negativa (-0,5), tuttavia, dal 2014 si è verificato un cambio importante e negli ultimi tre anni è successo di tutto: la correlazione è passata da 0,5 a -0,5.

Non vi è una reale consistenza della correlazione, tuttavia, nei periodi di intensa rivalutazione dell’usd può manifestarsi un impatto sulle società più orientate alle esportazioni (e danneggiate dalla continua rivalutazione del biglietto verde). Uno studio realizzato da Barclays arriva alla conclusione che una rivalutazione della quotazione dell’usd del 5% può (in base alla propensione all’export delle aziende facenti parte dei singoli settori) avere un impatto del 3% per il settore tecnologico e del 2,5% per quello dei materials.

A cura di: Rocki Gialanella
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