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Fantasie petrolifere

10/03/2017

Negli ultimi giorni abbiamo visto, per la prima volta dallo scorso autunno, il future sul petrolio Wti scendere sotto la soglia di 50 dollari. Come spesso accade in questi casi, c'è stato un proliferare di analisi e previsioni che prevedono che il greggio americano possa tornare vicino alla soglia di 40.

Infatti i continui miglioramenti nella produttività dei pozzi per l'estrazione dallo scisto Usa indubbiamente hanno cambiato il panorama dell'oro nero rispetto a qualche anno fa e il calo di oltre il 5% delle quotazioni nella giornata di giovedì 9 marzo è stato dovuto proprio all'andamento delle scorte americane, risultate superiori al previsto. Chi segue le vicissitudini di questa materia prima energetica sa che da qualche mese è stato raggiunto fra i membri dell'Opec e i maggiori produttori al di fuori del cartello, come ad esempio la Russia, un accordo per tagliare la produzione giornaliera di petrolio per circa un milione e mezzo di barili.

Storicamente i programmi di taglio all'estrazione non sono mai stati particolarmente rispettati dal cartello del greggio, ma questa volta le cose appaiono diverse. Infatti l'ascesa della produzione statunitense, che non si limita allo scisto ma coinvolge anche tipologie di oro nero più pesanti e ad alto contenuto di zolfo, come le sabbie bituminose canadesi, ha spinto nemici storici come Arabia Saudita, Russia e Iran a cooperare in qualche maniera.

Il problema è che, come si può vedere, una buona parte della produzione statunitense di shale, che tra l'altro a differenza dei pozzi convenzionali è riattivabile e sospendibile in pochissimo tempo, è in grado di sopravvivere con quotazioni intorno a 45. Per tale ragione gli analisti si concentrano sempre più e in maniera quasi maniacale sull'andamento delle scorte e della produzione americana.

Notoriamente i corsi delle maggiori commodity sono difficilissimi da prevedere, essendo caratterizzate da comportamenti statistici profondamente diversi rispetto a quelli delle azioni. Essenzialmente nel petrolio vi sono periodici supercicli, all'interno di un quadro secolare stagnante, di cui nessuno però riesce a cogliere la fine o anche significativi punti di inversione. Basti pensare ad esempio a quanto successo all'inizio dell'anno scorso, quando siamo arrivati a quota 25 dollari al barile: nessuno nell'industria fino a quel momento aveva previsto un simile collasso, salvo cominciare a prevedere scenari di new normal del greggio perennemente sotto 30 dollari al barile.

La previsione era completamente assurda in quanto, a tali livelli, nessuno nel settore era in grado di guadagnare e ugualmente probabilmente le stime di calo intorno a 40 dollari non sono, mutatis mutandis, molto più realistiche neppure nello scenario attuale.

Innanzitutto lo shale nel breve periodo non è comunque in grado di pompare la produzione al punto di sopperire ai tagli dei big del settore; inoltre il taglio ai nuovi investimenti degli ultimi anni sta cominciando a farsi sentire; infine anche 40 dollari è un livello dei corsi difficilmente sostenibile per i big del comparto. Quale è dunque lo scenario più probabile? Tutto sembra indicare un quadro in cui il greggio dovrebbe continuare a stabilizzarsi entro un range di contrattazioni più stretto che in passato, diciamo fra 50 e 65.

Infatti sicuramente al di sopra di tale limite scatterebbe talmente tanta produzione da riabbassare i corsi, mentre al di sotto semplicemente allo stato attuale è praticamente impossibile fare soldi e notoriamente nessuno vuole operare in tali condizioni. Men che meno le major del petrolio.

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: petrolio, wti, scisto, opec, usa
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