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Guerra in M.O.: credito sovrano regge, incognita petrolio
L’Ue dipende dall’import di combustibili fossili e ha scorte di gas inferiori rispetto al 2025. Tuttavia, oggi le sue forniture sono più diversificate rispetto all’inizio della guerra Russia-Ucraina. Tra i Paesi più esposti Grecia, Cipro, Malta, Irlanda e alcune economie dell’Est. Meno colpiti gli Usa.
Sui mercati si respira un clima di profonda incertezza, anche se per ora le conseguenze economiche e finanziarie del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran restano gestibili per i Paesi sovrani. Tuttavia, l’indirizzo che prenderà la crisi dipenderà dalla durata e dalla sua intensità e, soprattutto, dagli effetti che avrà sulle forniture energetiche globali. È quanto stima Alvise Lennkh-Yunus, responsabile del settore sovereigns and public di Scope Ratings, secondo cui uno scenario di conflitto breve e circoscritto avrebbe effetti macrofinanziari limitati. In tal caso, le banche centrali e le autorità fiscali potrebbero ignorare eventuali pressioni inflative temporanee, confermando le rispettive politiche.
Il rischio di un conflitto prolungato
C’è comunque il rovescio della medaglia: la situazione cambierebbe se il conflitto dovesse prolungarsi o allargarsi nella regione. I Paesi più esposti, in questo caso, sarebbero quelli direttamente coinvolti nelle operazioni militari e/o geograficamente vicini al teatro di guerra, le economie fortemente dipendenti dalle supply chain di petrolio e gas del Medio Oriente e gli Stati con margini fiscali ridotti per affrontare un eventuale shock economico. Uno dei principali fattori di rischio – e che tutti seguono con molta attenzione - riguarda lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio energetico mondiale. Infatti, oltre il 30% del petrolio trasportato via mare passa da questo canale, insieme all’export di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq e Kuwait. Inoltre, accentuando la crisi, contribuisce il fatto che circa il 20% del GNL scambiato a livello globale arriva da Emirati e Qatar.
La vulnerabilità dell’Europa
Va da sé, che qualsiasi interruzione prolungata delle strutture di esportazione, delle infrastrutture energetiche o dello stesso stretto, unita a un aumento dell’instabilità regionale, potrebbe provocare uno shock dell’offerta. Il risultato sarebbe un rincaro del petrolio e del gas con possibili effetti economici, fiscali e politici a livello globale. L’Europa, in questo contesto, resta particolarmente esposta a eventuali tensioni energetiche perché continua a dipendere dall’import di combustibili fossili, soprattutto gas naturale liquefatto. Le riserve di gas dell’Ue sono attualmente attorno al 30% della capacità, meno rispetto al 38% registrato nello stesso periodo dell’anno scorso. Tuttavia, la domanda è destinata a calare con la fine dell’inverno e, comunque, oggi il sistema energetico europeo è più diversificato rispetto all’inizio della guerra Russia-Ucraina.
Torna ad agitarsi il fantasma dell’inflazione
C’è un altro aspetto che gli esperti continuano a monitorare molto attentamente: l’inflazione. Nell’area euro si colloca vicino al target della Bce (1,9% in febbraio). Alla luce della situazione attuale, secondo Scope Ratings, è improbabile che il prezzo del gas torni ai picchi del 2022, quando il TTF aveva raggiunto una media di 133 euro per megawattora, contro i 36 euro registrati nel 2025. Resta comunque il rischio di sperimentare prezzi energetici elevati per un lungo periodo. Un gas stabilmente vicino ai 50 euro/MWh e un petrolio intorno ai 100 dollari al barile potrebbero avere – secondo l’esperto – effetti macroeconomici rilevanti. Le stime della Bce indicano che un quadro di questo tipo potrebbe aumentare l’inflazione dell’area di circa 1,25 punti percentuali nel medio periodo e ridurre la crescita di circa 0,75 punti.
I Paesi europei più esposti, effetti anche per gli Usa
Gli effetti dell’eventuale peggioramento della crisi energetica non sarebbero uniformi: anche se circa il 20% delle importazioni europee di petrolio proviene dal Medio Oriente, l’esposizione varia tra i Paesi. Le economie più vulnerabili sono quelle fortemente dipendenti da petrolio e gas, come Paesi Bassi, Grecia, Malta, Cipro e Irlanda. Considerando anche la struttura economica, risultano particolarmente sensibili a un aumento duraturo dei prezzi energetici Cipro, Grecia e alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale come Polonia e Bulgaria. Tra le principali economie Ue, Italia, Spagna e Germania hanno livelli di esposizione simili, mentre la Francia è meno esposta grazie al peso del nucleare. Negli Usa il rincaro dell’energia avrebbe un impatto diretto limitato grazie all’autosufficienza energetica e all’export di GNL. Tuttavia, una guerra prolungata rischia di far risalire l’inflazione, far crescere la spesa militare e aggravare le tensioni fiscali. Oltreoceano restano anche rischi politici, con un sostegno pubblico limitato alla guerra e possibili tensioni in vista delle elezioni di metà mandato.
Per chi desidera approfondire l’intreccio tra energia, inflazione e portafogli delle famiglie, l’analisi di FondiOnline “Inflazione: dalla guerra in Iran rischio stangata per le famiglie” esamina proprio gli scenari di rincaro prolungato di petrolio e gas e i loro riflessi sull’economia reale.