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Gran Bretagna, meglio una maggiore prudenza

09/06/2017

Le elezioni britanniche hanno offerto un piccolo shock a un quadro politico che ultimamente si era fatto molto compiacente e pertanto possono fornire lo spunto per alcune considerazioni sulla percezione del rischio politico. Innanzitutto fino a qualche giorno fa nessuno si aspettava un esito del genere: la stessa premier May aveva convocato la consultazione elettorale anticipata convinta di ottenere una maggioranza più ampia.

Invece il paese è andato incontro a uno scenario in cui sostanzialmente nessuno ha vinto: forse con i 318 deputati ottenuti su 326 necessari per la maggioranza l'attuale primo ministro sarà in grado di formare una risicata maggioranza con gli Unionisti dell'Ulster, ma è indubbio che la sua forza politica ne esce a dir poco ridimensionata. Dall'altra parte i laburisti hanno guadagnato una trentina di deputati, ma non sono in grado di costituire alcuna maggioranza, se non un’improbabile grande coalizione.

L'esito più probabile per il momento sembra essere una relativa continuità, ma andare ad affrontare i difficili negoziati della Brexit con il rischio di ingovernabilità alle spalle non è esattamente qualcosa di consigliabile.

Detto ciò, possiamo vedere che, al netto di un po' di volatilità (neanche tanta) sulla sterlina, la possibile entrata del Regno Unito in un'era di caos politico degno della più sgangherata economia dell'Eurozona di fatto non ha sortito effetto alcuno.

E con ciò arriviamo alla questione del rischio politico, che sembra che sia costantemente gestito malissimo dai mercati. Infatti questi ultimi sembrano capaci solamente di due atteggiamenti per quanto riguarda l’argomento: o si abbandonano a paure irrazionali da fine del mondo o ignorano bellamente i problemi. Sostanzialmente le elezioni olandesi prima e, in maniera molto più rilevante, quelle francesi poi hanno convinto gli investitori che fosse possibile avviare una nuova stagione di riforme e di crescita in Europa. Il problema è che quest'ultima oggi è sempre più lontana all’interno dei vari stati da un modello bipolare che in qualche maniera garantiva un minimo di stabilità.

Al novello caos inglese fra qualche mese rischia di aggiungersi quello italiano, con il suo bagaglio di una crisi bancaria senza precedenti e dell’eterno problema del debito pubblico. Di fronte a tutto ciò e con indicatori economici che, a parte l’Europa, sono in via di moderazione, forse varrebbe la pena pensare di proteggersi da un possibile deterioramento delle condizioni. Come? Essenzialmente aumentando un po’ gli investimenti obbligazionari, sia in emissioni governative di paesi seri, il che vuol dire ulteriori soldi nella parte a lunga scadenza della curva Usa, sia in corporate bond investment grade, anche in questo caso sulle scadenze più elevate.

La duration, cioè le scadenze più lontane dei bond, che fino a qualche mese fa sembrava qualcosa di simile al demonio nei portafogli globali, oggi potrebbe tornare a costituire una fonte di rendimento decorrelato nelle fasi difficili, senza per questo infliggere troppe perdite in un ambiente sì propenso al rischio, ma non come qualche mese fa. Ciò in un'economia globale che sembra sistematicamente incapace di misurare i rischi in maniera corretta, sia in un verso, sia nell’ altro. Se tutto sommato anche sei mesi fa era abbastanza improbabile che l'Unione Europea andasse a sfasciarsi sotto le pressioni dell'onda nazional-sovranista, appare oggi altrettanto difficile che i problemi del recente passato siano in fase di risoluzione.

Date anche le quotazioni del petrolio debolissime, lo scenario più probabile oggi è che ci sia complessivamente un eccesso di ottimismo nel sistema che le elezioni nel Regno Unito hanno messo in risalto. 

A cura di: Boris Secciani
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