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Il brutale risk management di Shenzhen

11/03/2019

Il brutale risk management di Shenzhen

Le ultime volte avevamo analizzato la struttura  dello Shenzhen composite, un indice che riflette il processo di crescita urbana della Cina e dell'Asia in generale. Oggi tentiamo di capire come si potrebbe investire su tale mercato, premettendo subito una conclusione: si tratta di un'operazione alquanto delicata. Ciò non solo per le caratteristiche di volatilità, che rendono la gestione del rischio difficoltosa nell'immediato, ma anche per alcune non chiare peculiarità di lungo periodo.

Partiamo del primo aspetto: le azioni A cinesi sono estremamente instabili e il mercato di Shenzhen tende ad amplificare queste caratteristiche. Un assaggio di ciò si è avuto nelle due sessioni fra venerdì 8 marzo e lunedì 11. Nella prima delle due si è perso qualcosa come il 3,8% sull'onda di dati decisamente negativi sul commercio estero cinese a febbraio, mentre nel primo giorno della settimana è stato recuperato praticamente tutto con un'ascesa del 3,9%.

Il nostro esempio non costituisce un fatto isolato: l'uso di semplici modelli di stima della volatilità come ad esempio il Garch(1,1), applicato su una serie di rendimenti giornalieri di varia durata rivela che vi sono sovente fenomeni di volatility clustering: strappi al ribasso inducono ulteriori investitori a liquidare così come vi sono rapidi e feroci bull market che si autoalimentano. Queste oscillazioni avvengono intorno a un livello di volatilità di lungo periodo decisamente elevata. Di conseguenza non sorprendentemente, se si compie un'analisi del cosiddetto Var, o value-at-risk, cioè la perdita massima che un investitore si può aspettare con un livello significativo di probabilità, di solito è il 95% e il 99%.

Se usiamo la soglia del 99% vari approcci ci portano  a stimare un Var comunque superiore al 6%. In pratica vi è comunque l’1% di probabilità circa di subire perdite giornaliere superiori a tale notevole livello. A risultati simili si arriva usando due diversi approcci, uno non parametrico, prendendo la serie dei rendimenti giornalieri dell'ultimo quinquennio, e uno invece estraendo da una distribuzione statistica che possa approssimare il comportamento del mercato di Shenzhen. Nel caso specifico è stata usata una mistura della distribuzione T-Student e di Laplace, visto che, pur con tutta la buona volontà, la più regolare gaussiana era assolutamente improponibile in tale esercizio.

Peraltro nell'approccio parametrico sono stati usati i dati da fine 2004, che comprendono una serie di furibonde fasi rialziste e lunghe e pesanti discese. Nel caso non parametrico, ossia il primo dei due, il database basato sugli ultimi cinque anni rappresenta una sorta di cosiddetto stressed Var: un valore messo a rischio calcolato su un insieme di dati particolarmente negativi. Entrambi come abbiamo visto presentano risultati simili.

Dunque il rischio di vedere perdite disastrose nel corso di una notte è più che concreto, pericolo cui vanno aggiunte anche altre questioni di più lungo respiro. Si può infatti estendere la previsione del Var giornaliero al 99% su tutto un anno, moltiplicando entrambi i valori giornalieri da noi ottenuti per la radice quadrata di 251, dove quest'ultima cifra approssima la quantità dei giorni di business in un anno. Un semplice giro sulla calcolatrice ci dice che con un 1% di probabilità, si potrebbe perdere pressoché tutto. Il risultato in sé è anche un po’ paradossale: in generale le previsioni di Var tendono a essere più affidabili sul breve periodo, non peraltro perché prima di perdere tutto sarebbe senz'altro ragionevole liquidare le proprie posizioni. Probabilmente però simili numeri statistici qualcosa ci dicono: ossia che la transizione al capitalismo cinese non è ancora un fatto del tutto compiuto, così come non si può dare per scontato che riesca il salto tecno-produttivo da parte del paese per giungere allo stadio di paese ricco.

Basti pensare che fra i massimi del giugno del 2015 e i minimi dello scorso ottobre lo Shenzhen Composite ha perso circa il 60%, in una fase sì transitoria e per certi versi confusa della Cina, ma comunque in un quadro fatto ancora di notevole crescita economica e tutto sommato di stabilità finanziaria.  Si può facilmente immaginare cosa succederebbe di fronte a una crisi come quella che colpì l'Asia nel 1997. Per questo investire sulla Cina nel lungo periodo rimane un'attività piuttosto frustrante.

A cura di: Boris Secciani
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