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Torna il carry trade

11/03/2019

Torna il carry tradeGli investitori stanno prendendo a prestito capitali denominati in divise a basso rendimento come l’euro e lo yen giapponese, per poi investirle in divise a rendimenti più elevati come il biglietto verde nordamericano.

Il rendimento offerto dal dollaro Usa –il più elevato dagli inizi del 2018 rispetto a un paniere ponderato di divise del G10- ha alimentato una riattivazione del fenomeno del carry trade.  In una fase di sostanziale stabilità dei rapporti di cambio, il carry trade consente agli investitori di incassare il differenziale di rendimento offerto dall’usd. Ovviamente il differenziale si perde per coloro che optano per l’acquisto di asset denominati in usd ma coperti dal rischio di cambio.

La combinazione di aumento di appetito per il rischio, decelerazione della crescita economica statunitense e pausa della Federal Reserve nel processo di normalizzazione della politica monetaria, potrebbe avere delle ripercussioni sul cammino del dollaro. Gli stessi fattori che mantengono la Fed in posizione di stand by, stanno spingendo altre banche centrali ad assumere posizioni più morbide.

Questo scenario ha aiutato non poco la quotazione della divisa Usa, che si conferma quella con i rendimenti obbligazionari più elevati nel panorama dei paesi industrializzati. Nell’ultimo anno, la situazione di stand by delle politiche monetarie adottate da molte banche centrali dei paesi industrializzati, ha permesso anche alle emissioni di bond in valute emergenti ad alto rendimento di offrire ritorni elevati. Tuttavia, i differenziali nei tassi d’interesse non rappresentano l’unico motore delle divise. Un esempio di eccezione è rappresentato dalla sterlina britannica, il cui destino appare più legato alla soluzione dei nodi della Brexit. Un altro esempio è offerto dal dollaro canadese, le cui sorti dipendono in larga parte dai prezzi del barile di greggio.

Un dollaro stabile supporta la view positiva per i paesi emergenti, che sono soliti finanziarsi sui mercati internazionali dei capitali in dollari. Un biglietto verde più forte determinerebbe un peggioramento delle condizioni di finanziamento per i mercati emergenti che sono alle prese con elevati livelli di indebitamento denominati in usd. Al contrario, un dollaro stabile consente ai paesi emergenti di stabilizzare i costi di finanziamento e destinare le risorse risparmiate ad altre voci del bilancio pubblico (non ultimi gli investimenti).

Per il 2019, molti esperti si aspettano che la combinazione tra una Fed attendista e un atteggiamento votato alla stabilità da parte delle altre banche centrali dei paesi sviluppati, possa creare il terreno fertile per garantire la stabilità del cambio dell’usd e favorire ancor più il carry trade.

In siffatto scenario, per coloro che siano propensi ad accollarsi un rischio di cambio non insignificante, una strategia equilibrata di esposizione al debito dei mercati emergenti dovrebbe includere sia titoli denominati in usd sia emissioni denominate in valuta locale.

In tutti i casi, vale la pena ricordare che la valutazione già relativamente alta del dollaro (come indicato dal valore ponderato del biglietto verde rispetto al commercio mondiale) ne riduce il potenziale apprezzamento sia nel caso di una ripresa della politica monetaria restrittiva da parte della Fed, sia nell’ipotesi di un incremento delle tensioni geopolitiche che ripropongano l’usd nella veste di asset rifugio.

A cura di: Rocki Gialanella
Parole chiave: carry trade, valute, euro, dollaro
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