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La sorpresa petrolio

02/12/2016

L'evento più importante della settimana è stato l'accordo per il taglio alla produzione del petrolio da parte dell'Opec, che si è verificato benché molti investitori e analisti fossero scettici. Il cartello, nonostante le forti divergenze politiche (per usare un eufemismo) fra due pesi massimi come l'Arabia Saudita e l'Iran, è riuscito a dare un seguito all'accordo di massima raggiunto lo scorso settembre ad Algeri. A partire dal prossimo gennaio, infatti, la produzione giornaliera dovrebbe essere diminuita di circa 1,2 milioni di barili: si tratta della prima misura di questo genere da otto anni a questa parte e, come si può intuire, il precedente taglio era stato fatto nel pieno della crisi finanziaria.

Ovviamente i mercati future dell'oro nero hanno reagito con veemenza: il Wti è riuscito a salire giovedì oltre quota 51 dollari, con un rialzo a doppia cifra percentuale rispetto ai corsi di prima dell'annuncio. Si tratta quindi di un passo importante, anche perché si accompagna a una diminuzione dell'output da parte di un peso massimo della produzione petrolifera extra-Opec come la Russia.

La reazione dei mercati finanziari è stata inizialmente positiva per quanto riguarda l'azionario, anche se la settimana che si sta concludendo ha visto una stabilizzazione e un affievolimento del Trump rally. In particolare l'Europa appare decisamente debole con i principali indici continentali, dal Dax 30 al Cac 40 allo Stoxx 600, tutti saldamente in territorio negativo dall'inizio dell'anno e impelagati in un trading range senza apparente via d'uscita.

Movimenti straordinari si sono verificati, invece, in concomitanza con la sorpresa petrolifera, sul mercato del reddito fisso: il decennale americano nel giro di poche ore è schizzato dall'area intorno al 2,23-2,25% sopra il 2,4%, mentre contemporaneamente il Bund tedesco decennale è salito fino a quasi 40 punti base, un livello che non si vedeva dal caos di questo inverno, quando l'obbligazionario era nel pieno dell'ultima straordinaria fase del proprio bull market pluriennale.

È interessante notare che a bruciare un forte rafforzamento nella prima parte del 2016 è anche il future sull'oro, anch'esso ai minimi dallo scorso inverno intorno a quota 1.170 dollari per oncia: solamente la scorsa estate era stato toccato un massimo a quota 1.387. È interessante notare che l'oro sta perdendo terreno proprio in un momento in cui si riprende a parlare di inflazione, pericolo verso cui il prezioso ha sempre costituito una copertura.

In realtà a fare andare bene questa materia prima è un generale sentimento di paura sui mercati: l'oro può assumere correlazioni ora negative ora positive con quasi tutte le asset class, anche se complessivamente la relazione più stabile appare quella inversa contro il dollaro. Il metallo giallo appare dunque come un barometro della minore o maggiore propensione al rischio, più che un metodo di hedging contro fenomeni specifici. Su questo argomento vale certamente la pena ritornare in futuro.

Va ricordato infine che il rapporto sulla disoccupazione Usa di novembre ha mostrato una crescita netta di 178 mila posti di lavoro, un valore superiore al consensus posizionato intorno a 160 mila e con il tasso di disoccupazione sceso al 4,6%, il minimo degli ultimi nove anni. I mercati appaiono attendisti e impantanati e non è improbabile che alla fine rientri anche il Trump rally: materie prime e bond governativi a parte, però, la volatilità è in forte calo ed eccessive nubi all'orizzonte non si vedono.

Difficilmente dunque le prossime settimane porteranno movimenti particolarmente significativi.

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: petrolio, azioni, obbligazioni, oro, brent
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