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Armi e repubblicani, binomio indissolubile

01/02/2017

Fino a questo momento, l’impulso rialzista offerto dal cambio della guardia alla Casa Bianca non ha incontrato fasi di rallentamento e i titoli dei fabbricanti mantengono inalterati i guadagni accumulati negli ultimi due mesi

Dal giorno della vittoria di Trump a lunedì 22 gennaio, il colosso degli armamenti Lockheed Martin si è rivalutato del 9,08%, Bae Systems del 10,5%, Raytheon del 10,48%, Northrop Grumman del 3,05%, General Dynamics ha fatto un balzo del 19%, United Technologies del 9,34%, Finmeccanica del 23,06% ed L-3 Communications del 13,02%.

L’evoluzione delle quotazioni di questo gruppo di titoli ha seguito un andamento similare dall’annuncio della vittoria di Trump: una rapida impennata nelle sessioni successive all’8 novembre, seguita da una stabilizzazione dei prezzi. Il Dow Jones Defense & Aerospace, indice che inglobala maggior parte di queste imprese, si è rivalutato dell’11,63% nel post elezioni, con un balzo del 4,29% nel giorno della vittoria del candidato repubblicano.

Nel discorso tenuto in occasione del suo insediamento alla Casa Bianca, il neo presidente ha lanciato un messaggio che sottolinea le sue intenzioni: ’abbiamo difeso le frontiere di altre nazioni e non ci siamo dedicati a proteggere i nostri confini’. La minaccia a livello internazionale è quella di ridimensionare il peso degli Stati Uniti all’interno della Nato. Trump ha rec
entemente affermato che la Nato deve essere rivista perché così come è ora si presenta obsoleta rispetto al quadro di riferimento planetario.

La preoccupazione di alcuni paesi sui temi della difesa internazionale si sta facendo sempre più intensa. Il dibattito avviato da Trump si focalizza in particolare sulla scarsa partecipazione militare che avrebbero alcuni paesi facenti parte della Nato. Theresa May, primo ministro britannico, ha recentemente sostenuto che avvierà un serio dibattito con Trump su questi temi.

Dieci giorni fa, sulle colonne di ‘The Telegraph’ veniva dato ampio spazio ai timori esplicitati da alcuni Governi europei a causa della potenziale revisione della politica internazionale in materia di difesa. Bloomberg ha pubblicato un report in cui mostra come la spesa statunitense per armamenti e difesa assorba il 3,6% del Pil, un dato nettamente superiore a quello di paesi europei come Belgio, Slovenia, Spagna e Lussemburgo (dove il ratio rispetto al Pil si ferma allo 0,9%).

Gli equilibri all’interno della Nato vengono messi in discussione in un periodo in cui le relazioni tra Usa e Russia sembrano destinate a migliorare in virtù dei buoni rapporti tra Trump e Putin. Molti osservatori credono che lo scenario che si sta delineando sia frutto di un piano a lungo termine di Putin, che punta a una rottura dell’eurozona. I rapporti tra l’area euro e la Russia si sono deteriorati nel 2014 a causa dell’intervento militare della Russia in Ucraina e delle successive restrizioni imposte dall’eurozona al commercio con Mosca.

Lo scenario fin qui descritto è potenzialmente favorevole a un incremento della spesa militare. Queste aspettative stanno spingendo al rialzo le quotazioni dei grandi fabbricanti di armi, che corrispondono nella maggior parte dei casi ad aziende Usa. I dati aggiornati al 2014 mostrano che sette delle prime dieci società del segmento sono statunitensi. Le restanti tre della top ten sono compagnie europee.

A cura di: Rocki Gialanella
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