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2019, un anno da vivere pericolosamente

16/06/2017

Questa settimana la Federal Reserve ha deciso di alzare nuovamente il tasso di riferimento sui Fed funds, portandolo in un range che va dall'1% all'1,25%, con un aumento dunque di 25 punti base. La notizia non ha sorpreso nessuno, essendo già stata ampiamente scontata dai mercati. Peraltro questo tasso ha un valore poco più che simbolico: esso rappresenta il costo cui vengono prestate dalle banche americane le riserve in eccesso detenute presso la Federal Reserve ad altri istituti che ne fanno richiesta, il tutto su un orizzonte temporale di un giorno. Come si può capire, vi è una banda di oscillazione con un valore minimo e uno massimo: la Fed non può infatti controllare direttamente questo tasso e ciò che fa è immettere, o togliere, denaro con operazioni di mercato aperto, generalmente repo e reverse repo, quando i Fed funds rate si disallineano dagli obiettivi stabiliti dal Fomc.

Queste azioni servono sostanzialmente per segnalare qual è l'atteggiamento della Banca centrale nei confronti della liquidità e del suo costo nel sistema. Peraltro sul tema dei rialzi del costo del denaro per il momento nessuno si aspetta nulla di particolarmente rilevante: la vulgata vuole che quest'anno, probabilmente a ottobre, si avrà un ulteriore rialzo. Ad esso faranno seguito altri due incrementi di questo genere nel 2018. A quel punto avremo per l'appunto i Fed Funds rate al 2%, sempre che l'economia globale (e non solo statunitense) sia nelle condizioni di potere reggere anche questo modesto movimento.

Dall'altra parte i cosiddetti falchi del board della Fed spingono per un minimo di maggiore intensità in più secondo la logica che vede l'attuale ciclo economico comunque negli ultimi anni della sua espansione, cui potrebbe fare seguito una nuova recessione. Di fronte a una simile eventualità la Federal Reserve dovrebbe avere in mano la possibilità di utilizzare qualche strumento, sotto forma di tassi da abbassare di nuovo, per contrastarla. Il tutto dà la misura del livello di cautela che caratterizza le autorità monetarie mondiali, rafforzata anche dal fatto che l'inflazione è di nuovo missing in action.

Ancora più incredibile appare il paragone con quanto successo il decennio scorso: in seguito alla crisi delle dot.com in un paio di anni fra il 2001 e il 2003 la Fed, allora guidata da Alan Greenspan, portò i Fed funds rate al minimo storico di allora, ossia l'1%. Dopodiché, dopo un anno di stasi e probabilmente ripartendo da un livello troppo basso in un'economia con un mercato immobiliare impazzito, ma seguendo di converso una traiettoria di rientro troppo rapida, in due anni dal 2004 al 2006 vennero attuati 17 rialzi, riportando i tassi al 5,25%...il resto è storia.

Chiaramente oggi la lezione è stata (fin troppo) compresa, ma resta il fatto che il passaggio non sarà indolore. Prendiamo infatti anche la questione della riduzione dei circa 4,5 trilioni di dollari del bilancio della Fed, frutto di anni di Qe. Dalla riunione di questa settimana è emersa l'intenzione di Yellen&co di cominciare a ridurre “relativamente presto” per 15 miliardi al mese le dimensioni degli asset della Fed. Dopodiché in 15 mesi potrebbe essere aumentato il ritmo, arrivando a 50 miliardi al mese: a occhio croce dovremmo vedere ciò nel 2019.

È curioso che in tale anno, a sentire quanto espresso da Draghi, si sarà probabilmente completato anche il tapering del Qe della Bce, che probabilmente comincerà a contemplare di rialzare i tassi. Nella migliore delle ipotesi, ossia con i Fed funds intorno al 2% e una struttura della curva governativa Usa simile a quella odierna (estremamente piatta), il decennale statunitense dovrebbe scambiare per quell'epoca intorno al 3,5%.

Come si può capire si tratta di un ambiente completamente diverso anche solo rispetto all'euforia reflazionista di qualche mese fa. Se poi aggiungiamo che anche la Cina è impegnata in una stretta monetaria atta a porre un minimo di freno all'espansione creditizia, si può ragionevolmente concludere che le correnti politiche monetarie rischiano di agire come una lenta garrota, i cui effetti potrebbero farsi sentire tutti insieme nel 2019.

Ma vedremo qualche dettaglio in più nei prossimi articoli.

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: Fed, Tassi, Bce, 2019
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