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Wall Street, nelle mani della Fed

10/09/2018

Wall Street, nelle mani della Fed

Come abbiamo avuto modo di vedere in un precedente articolo, i due bear market del primo decennio degli anni 2000 sono stati eccezionalmente ravvicinati l'uno all'altro, con in mezzo solo cinque anni circa di fase rialzista, peraltro con il rendimento medio annuale più basso fra i bull market dell'ultimo secolo (+15% all'anno). A ciò ha fatto seguito il quasi decennio di rialzi  borsistici ancora in corso caratterizzato però ancora una volta da rendimenti annuali tutto sommato limitati: +16%.

Questi dati servono a farci comprendere un punto essenziale: è vero che la politica delle banche centrali e il troppo spesso trascurato stimolo fiscale che si avuto sia con Obama, sia con Trump (pure Bush non si era trattenuto da questo punto di vista per superare la recessione dei primi anni 2000) stanno trascinando all'infinito l'espansione di Wall Street in una maniera che appare piuttosto innaturale, ma è altrettanto indubbio che questa politica ha fatto seguito a un decennio di caos sui mercati, inframmezzato solo da un quinquennio di mediocre ripresa.

Molti osservatori pongono l'accento sul livello elevato dell'indicatore Cape, un P/E trailing basato sulla media dei profitti dell'ultimo decennio, che si trova ai livelli più elevati della storia dell'azionario made in Usa, follie dei primi mesi del 2000 a parte. È però fuori discussione che in questi anni questa metrica ha incorporato al suo interno gli utili di annate non proprio stellari. Man mano che si va avanti con il tempo, nel Cape resteranno solo i risultati societari degli anni 10, fase in cui le aziende americane sono entrate in un processo di espansione dei risultati aziendali spettacolare.

Certo, buona parte di questi risultati è stata raggiunta grazie essenzialmente al denaro a costo zero, che ha permesso di risparmiare sugli oneri finanziari, di finanziare ingenti programmi di riacquisto di azioni proprie e di espandere non poco la massa creditizia rendendo così sostenibile lo stimolo fiscale americano. Anche se consideriamo il 2018 un unicum in termini di aumento dei profitti, anche se vi è la possibilità di vedere questi ultimi calare temporaneamente per via di una recessione futura, fintanto che il denaro resterà a costi molto bassi è difficile immaginare corporate America azzoppata in maniera strutturale.

In realtà l'aggiustamento strutturale verso valori più ragionevoli è già avvenuto nel corso del difficilissimo decennio passato, che tra l'altro ha portato nel quinquennio “buono” 2003-2008 comunque l'ultimo periodo di sistematica sotto-performance dell'equity statunitense rispetto a Europa ed emergenti. Dunque, se un nuovo crash per le ragioni esposte appare difficile da immaginare, quale potrebbe essere lo scenario negativo? Il rischio, e forse si tratta di un pericolo ancora peggiore, è che il mix di tassi più elevati e aumento del debito pubblico facciano scattare prima o poi una stretta sui conti pubblici che potrebbe portare a una normale o blanda recessione.

In tal caso non sarebbe incredibile pensare a una seria correzione o anche a un normale bear market, il cui rischio maggiore però sarebbe vedere in seguito una stagnazione secolare intrattabile. A meno di non tornare alle misure di emergenza di un decennio fa, infatti, probabilmente a una modesta contrazione economica farebbe seguito un’ancora più mediocre ripresa, in un mondo che comunque faticherebbe mettere a segno i boom del passato.

La chiave di volta dunque per capire ciò che succederà in America passa ancora una volta dall'azione della Fed: per continuare a crescere anche a ritmi comunque inferiori rispetto a questi ultimi incredibili anni, Wall Street necessiterà di una Banca centrale più colomba di quanto si è visto di recente.

E su questa base molti sono convinti che nel 2019 si avranno meno rialzi ai Fed Funds rispetto ai tre oggi previsti.

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: Wall Street, Fed, tassi, Cape
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