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Attenti ai falsi miti

10/10/2016

Tutte le classi di attività comportano un livello di rischio: si può perdere anche con i bond, non è detto che la Borsa si comporti bene nel lungo termine; l’oro tutela dalle incertezze ma guai a comprarlo ai massimi

Come accade con qualsiasi altro prodotto, le emissioni di titoli di debito, sia statali che corporate, vengono negoziate sul mercato secondario e le loro quotazioni tendono a salire e scendere. E’ necessario ricordare che il rendimento di un titolo obbligazionario si muove in direzione opposta a quella seguita dal suo prezzo. Nei titoli di debito a lunga scadenza, la possibilità che le quotazioni subiscano un ridimensionamento è superiore a quella che potrebbe interessare i titoli a breve scadenza.

Se un risparmiatore acquista in fase d’asta un titolo di stato decennale e lo mantiene in portafoglio fino a scadenza, non dovrà affrontare nessun problema (a meno che nel frattempo lo Stato prescelto non vada in fallimento ed opti per un taglio sensibile al valore nominale dei suoi titoli). A scadenza sarà recuperato il capitale investito e saranno stati incamerati gli interessi derivanti dallo stacco periodico delle cedole. Il problema può sorgere nel momento in cui lo stesso risparmiatore necessiti di liquidità prima della scadenza naturale del titolo, ed opti per la vendita del titolo prima dei dieci anni di durata previsti.

Se al momento della vendita la quotazione del titolo è inferiore rispetto a quella sostenuta per la sua sottoscrizione, l’investitore avrà incamerato gli interessi maturati fino alla data di vendita (rateo), ma dovrà incassare una perdita ascrivibile al minor prezzo. Vale a dire che anche nel mondo del reddito fisso ‘investment grade’ si può perdere denaro se non si è disposti a fare i cassettisti.

Un’altra idea fortemente radicata nell’immaginario collettivo degli operatori di mercato è che, nel lungo termine, le azioni siano sempre più redditizie. Dipende dalla durata di quello che chiamiamo lungo termine e dal listino prescelto per destinarvi le proprie risorse. Un investitore che, nel 1989,  avesse acquistato un fondo azionario Giappone legato all’andamento dell’indice Nikkei, non solo non sarebbe riuscito a rendere redditizia la sua opzione di investimento, ma accumulerebbe attualmente una minusvalenza ancora elevata. E stiamo parlando di una Borsa di un paese industrializzato, del paese che per lungo tempo è stato la seconda potenza planetaria dietro agli Usa, del listino che ospita titoli di aziende leader nei settori auto motive, tecnologia etc.

Il metallo giallo ha più volte svolto il suo tradizionale ruolo di bene rifugio in tempi di estrema incertezza. Tuttavia, l’acquisto di oro nelle fasi di maggiore rialzo delle quotazioni può portare a dover fare i conti con perdite pesantissime nel medio o lungo termine. Il 19 ottobre del 1987 ebbe luogo il famoso ‘lunedì nero’, il giorno in cui i listini azionari mondiali accumularono la più elevata caduta percentuale giornaliera della loro lunga storia. Il panico si impossessò degli investitori e questi indirizzarono i propri risparmi verso gli assets più sicuri come l’oro. L’oncia arrivò a sfiorare i 500 Usd nel novembre del 1987. Chi ha acquistato il metallo giallo su quei massimi ha dovuto attendere venti anni per assistere ad una nuova forte accelerazione delle quotazioni.

La morale da trarre è che la costruzione di un portafoglio basato su un’asset allocation equilibrata e consona al livello di rischio che ciascun investitore ritiene di poter sopportare, appare come l’unico strumento in grado di ridurre l’impatto negativo di eventi non facilmente individuabili sulla performance complessiva di medio-lungo termine del portafoglio.

A cura di: Rocki Gialanella
Parole chiave: bond, nikkei, azioni, oro, asset allocation
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