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Tanti piccoli passi per un bull market

05/05/2017

Dopo avere ricavato qualche dato di sintesi da 37 anni di chiusure giornaliere dell'S&P 500 e avere evidenziato a grandi linee come si è generato il mostruoso bull market in quella che può essere considerata l'era  moderna del sistema finanziario (dagli anni ‘80 in poi), oggi è interessante concentrarci su un sottoinsieme di questo lungo periodo, ovvero le performance giornaliere nell'attuale decennio. In pratica prendiamo i sette anni che vanno dall'inizio di gennaio del 2010 alla fine di dicembre del 2016, un totale di 1.762 sessioni di mercato in cui l'S&P 500 è passato da 1.115 di fine 2009 a 2.238 di fine 2016.

Su questo sottoinsieme applichiamo più o meno gli stessi calcoli che sono stati attuati in precedenza. Innanzitutto va rilevato che in questi ultimi anni mediamente la chiusura giornaliera ha fornito + 0,044% circa di rendimento. Come si può capire, rispetto al +0,038% generale, si è avuto un forte bull market. In pratica, dopo il terribile primo decennio degli anni 2000, l'equity statunitense ha vissuto una ripresa più lunga e più intensa rispetto alla media storica. Complessivamente questo recupero è stato anche meno volatile, con una standard deviation dei rendimenti che è scesa  a +0,98% circa, a fronte dell'1,11% registrato nell'insieme complessivo 1980-2016.

Ora andiamo a vedere nel dettaglio alcuni intervalli di oscillazione dei rendimenti giornalieri con le loro percentuali associate. Innanzitutto complessivamente ci sono state 955 chiusure positive 807 negative o indistinguibili da 0, complessivamente il 54,2% e il 45,8% rispettivamente. Il rapporto è migliorato in maniera non impercettibile ma comunque non enorme rispetto ai numeri della serie storica totale, in cui le chiusure positive erano state il 53,1%.

Dati interessanti, non sorprendentemente, si trovano nelle varie fasce di movimento. Guadagni fra 0 e 0,5% si sono verificati nel 27,87% dei casi, il corrispondente negativo nel 24,80%. Se ci spostiamo nel sotto-insieme da 0,5% fino all'1% abbiamo rispettivamente il 13,68% del totale delle chiusure da attribuire ai guadagni e il 9,93% alle perdite. I numeri corrispondenti per il segmento 1-1,5% sono pari a 7,43% (gli incrementi) e 5,33% (le perdite). Se poi saliamo nel gruppo 1,5-2% registriamo guadagni di tale entità per un totale del 2,89% delle chiusure e perdite che comprendono il 2,84% dei dati analizzati. La fascia estrema, oltre al 2%, vede salite nel 2,33% dei casi e discese nel 2,89%.

Subito qualche considerazione: come si può vedere la quantità di eventi estremi negativa, in anni eccellenti per l'azionario statunitense, tutto sommato non è risultata proporzionalmente minore. Infatti in quasi il 3% delle sessioni si è registrata una perdita peggiore del 2%. Il calo non è insignificante rispetto al 3,1% registrato in 37 anni, ma comunque certamente la differenza non è enorme.  Certo questi valori di sintesi vanno un poco elaborati: nello specifico abbiamo (piuttosto arbitrariamente) messo in un unico insieme tutte le oscillazioni superiori al 2%, appare però piuttosto intuitivo comprendere che tra un crollo del 3% ed eventi quali il lunedì nero del 1987 o quello post-Lehman del 2008 vi sono considerevoli differenze.

Sicuramente la mancanza di crash epici ha aiuto le performance complessive degli anni ‘10, ma va anche detto che è lievemente calata la percentuale di chiusure positive superiori all'1,5%. Da dove è sgorgata allora la super-ripresa dell'S&P 500? Torniamo ai dati fra 0 e 0,5%. Come si può vedere, in questo ambito le chiusure positive hanno superato del 12,4% circa (22,87/24,8-1) il loro contraltare con il segno meno, un ratio migliore del 10,9% di scarto rispetto alla serie 80-16. Lo stacco, in fondo non sorprendentemente, si fa ancora più netto in quel gruppo di mezzo che già avevamo evidenziato la volta scorsa. I più fra 0,5 e 1% sono stati infatti nel periodo 2010-2016 il 37,6% in più rispetto ai meno equivalenti, un incremento enorme rispetto al circa 20% di distacco nella serie lunga. Fra 1 e 1,5 la differenza è stata del 39,4%, anche qui un valore abnorme rispetto al 22,9% totale.

In pratica quest'ultimo bull market, di dimensioni mostruose, è stato in gran parte generato da un calo delle sessioni significativamente negative ma non a livelli di panico con una contemporanea forte ascesa del loro contraltare positivo. Intorno allo 0 e nelle fasce più estreme i cambiamenti non sono stati poi così drastici: nell'intervallo 0,5%-1,5% si è avuto invece un'ascesa fenomenale.

A cura di: Boris Secciani
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