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Wall Street, fine di un ciclo?

21/07/2017

Wall Street, fine di un ciclo?

In questi giorni è stata pubblicata la survey riferita a giugno di Bank of America Merrill Lynch che interroga centinaia di gestori di fondi in tutto il mondo sulle loro preferenze e le loro prospettive di investimento. Un aspetto interessante che è venuto fuori è che complessivamente i money manager sono posizionati sull'azionario americano con un underweight netto del 20%, il livello più alto di disimpegno dal 2008 e in crescita robusta rispetto al 15% di maggio.

A determinare questo risultato è stato un forte spostamento di denaro dal settore dell'It, che era quello con il maggiore overweight, a quello bancario, che adesso ha conquistato la prima posizione. Negli ultimi 22 mesi solo in un altro caso la tecnologia non era risultata in prima posizione e altrettanto era successo che lo scettro passasse alle banche. Inoltre complessivamente il 68% degli intervistati ha dichiarato che le azioni dell'information technology sono sopravvalutate, mentre il 12% ha affermato che sono addirittura in una bolla.

Complessivamente ciò che sta accadendo sembra dimostrare una tendenza a uscire dal mercato azionario statunitense con una forte rotazione all’interno di esso, un fenomeno non certo inusuale nelle fasi di maggiore sopravvalutazione dell'S&P 500 e di altri indici. Il principale benchmark americano, peraltro, continua a essere ai massimi: allo stato attuale siamo ben oltre il 10% di rendimento da fine 2016, con in più da considerare anche i dividendi. L’S&P 500 è per il momento uno dei peggiori mercati quest'anno, se calcoliamo le performance in dollari: la debolezza del biglietto verde ha infatti regalato un bel po' di sovraperformance all'equity europeo e asiatico.

Ma analizziamo brevemente qualche sviluppo recente nella relazione fra l’S&P 500 e il Nasdaq Composite. Quest'ultimo è un indice che raccoglie tutti i titoli del Nasdaq e in cui l'It pesa per oltre la metà; altri importanti comparti sono rappresentati dal farmaceutico, dai servizi finanziari e dai beni di consumo discrezionali. Esso può essere letto come una somma dei due settori più competitivi del sistema Usa (salute e It), più una serie di importanti e vitali small e midcap in vari segmenti. Ora se andiamo ad analizzare le performance dal 2003 in poi, in termini di semplice price return, all'inizio della ripresa dopo il collasso della prima era di internet, vediamo che in tutta l'era della follia immobiliare il Nasdaq Composite avesva sottoperformato l'S&P 500, a parte per l'appunto il 2003 in cui però la tecnologia stava rimbalzando dopo due anni e mezzo di collasso. Nel 2007 l'S&P 500 crebbe del 3,5% e il Nasdaq composite del 9,8%, nel 2008 poi il primo venne giù del 38,5% mentre l'altro del 40,2%. Un risultato tutto sommato sontuoso, se si considera il generale alto beta delle aziende del Nasdaq.

Dal 2009 in poi il Nasdaq ha sottoperformato l'S&P 500 solo due volte: nel 2011 quando quest'ultimo chiuse invariato e il composite calò dell'1,8% e l'anno scorso, in cui però la performance fu quasi uguale. Ciò però aveva fatto seguito a un 2015 in cui l'S&P 500 era calato dello 0,7% mentre il Nasdaq composite era venuto su del 5,7%. In questo 2017 al 19 luglio il Nasdaq composite era venuto  su del 18,6%, mentre l'S&P 500 del 10,5%.

Un scarto percentuale maggiore fra i due benchmark nel periodo preso in esame si è avuto solo nel 2003, nel 2007 e nel 2009. Due anni post-collasso dei mercati e uno in cui si veniva da anni di sottoperformance del Nasdaq.

Concludiamo dicendo che in effetti qualche ragione di preoccupazione i gestori fanno bene ad averla. Anche chi è un forte sostenitore delle prospettive dell'It, non può fare a meno di considerare che pasti gratis non ce ne sono e i rischi da considerare sono tutt'altro che inesistenti.

A cura di: Boris Secciani
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