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Taiwan e Venezuela a confronto

17/11/2017

Qualche giorno fa il Venezuela è entrato in quello che viene definito in gergo tecnico default selettivo, avendo saltato il pagamento di 200 milioni di dollari di cedole su titoli del debito pubblico in dollari. Il mancato esborso fa seguito ai default sugli interessi (circa 750 milioni di dollari) già accumulati dal colosso petrolifero di stato Pdvsa e dall'azienda elettrica pubblica. Complessivamente, includendo anche le passività di enti sotto il diretto controllo dello stato, il Venezuela ha sul groppone 150 miliardi di dollari di debito estero in valuta pesante, il 70% dei quali detenuto da investitori americani. Contemporaneamente le riserve in divisa estera fanno fatica ad arrivare a 10 miliardi di dollari.

In pratica il paese è, per usare un termine tanto evocativo quanto generico, in bancarotta, nonostante il non indifferente rialzo dei corsi del petrolio negli ultimi mesi. Il problema è che ormai anche sul mercato del greggio la travagliata nazione sud-americana è un attore minore. Pdvsa ha ormai solo 44 pozzi attivi contro i 70 di un quinquennio fa. La produzione giornaliera di petrolio è in calo su base annuale di circa l'11% e ormai sotto i 2 milioni di barili. Circa metà di questa estrazione, peraltro, deve da una parte essere fornita a Cina e Russia per ripianare i debiti precedentemente contratti e dall'altra spesso viene regalata a nazioni vicine politicamente.

Prendiamo ora una realtà che, vista la situazione geopolitica, è difficile definire nazione, a migliaia di chilometri di distanza: Taiwan. L’isola vanta oggi un Pil pro capite nominale al livello della Spagna e a quello della Germania a parità di potere d'acquisto. Forse, ancora più dei concorrenti coreani, le aziende taiwanesi vantano posizioni chiave in vari punti della filiera elettronica in crescita esplosiva. Taiwan può essere per certi versi definita l'O-ring (il piccolo componente dello Shuttle che nel 1986 fece saltare per aria la navicella) dell'It mondiale.

Oltre che in questo fondamentale comparto l'isola è molto competitiva in settori quali l'agro-alimentare, il turismo, la medicina, il design e diversi altri; tutti fattori che rendono la qualità della vita locale elevata e in generale più libera, rilassata e cosmopolita rispetto all'ultra-competitiva e ipernazionalista Corea del sud. Quest'anno peraltro il Pil dovrebbe crescere in misura soddisfacente (ben oltre la soglia del 2%). In pratica Taiwan è ciò che oggi si definisce un paese sviluppato o del primo mondo.

65 anni fa non era così: l'isola, conosciuta anche come Formosa, era una delle realtà più misere della terra, retta da una dittatura sanguinaria e ottusa, mentre il Venezuela per decenni è stato uno dei paesi più prosperi dell'America latina. Che cosa è successo per determinare una simile inversione? Una risposta potrebbe venire dalla differente qualità della governance, se non fosse che per decenni in molti paesi asiatici oggi benestanti essa ha lasciato alquanto a desiderare, caratterizzandosi per brutalità e corruzione.

Si potrebbe poi considerare una discriminante il fatto di avere un modello ideologicamente fortemente di destra, come ha avuto Taiwan negli anni del suo sviluppo impetuoso. Anche in questo caso però ciò non spiega più di tanto il collasso del Venezuela di “sinistra”: infatti in America Latina vi sono realtà governate da classi dirigenti con un orientamento politico relativamente simile che hanno visto forti miglioramenti e che attualmente giocano un ruolo più che dignitoso nel sistema economico globale.

Potremmo infine, senza tabù politicamente corretti, ritenere che siano le differenze culturali ed etniche alla base della diversa situazione. Neppure questa volta però si riesce a costruire una teoria dello sviluppo coerente, in quanto per l'appunto in tutto il continente latino-americano diverse sono le realtà similari al Venezuela da questo punto di vista che presentano standard di vita di gran lunga meno disperanti, mentre in Asia la Corea del nord, geneticamente e culturalmente non lontana da Taiwan, non è certo quel che si può definire una success story.

Anche rivolgersi a classiche teorie sulla maledizione delle materie prime, come la Dutch disease, non conduce a risultati migliori: di nuovo basta guardare a qualche paese emergente fortemente dipendente dall'estrazione di risorse naturali, quali Brasile, Indonesia, Messico e Russia. Nessuno di questi è assimilabile neanche lontanamente all'ecatombe di Caracas.

L'unica costante che caratterizza ogni paese di successo sembra che sia la sua capacità e la voglia di aprirsi ai mercati internazionali e di partecipare ai commerci. Questo è un aspetto fondamentale che permette di operare una netta demarcazione fra paesi in ascesa e in declino, non solo nel mondo emergente. Vale comunque la pena approfondire ulteriormente tale aspetto, anche per le implicazioni che questo ha sui mercati.

A cura di: Boris Secciani
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