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L’Europa che ride

13/12/2017

 L’Europa che ride

Nella serie di previsioni un po’ al limite per il 2018, tocchiamo questa volta la questione Europa. Oggi le stime di crescita ampiamente positive sul Vecchio continente sono probabilmente quelle più vicine alla mediana del consenso: il fatto che l'area possa vedere un aumento degli indici azionari nella fascia bassa della doppia cifra non è infatti in sé nulla di eclatante.

I profitti dell’Msci Europe nel terzo trimestre sono infatti saliti di quasi il 10% e si tratta dei tre mesi più deboli dell'anno. A fine anno si potrebbe arrivare perciò a +13% e per il 2018 sono previsti numeri simili. Se si conta sul fatto che l'Europa non ha certo mostrato chissà quale incredibile forza a livello di equity nelle ultime settimane e, tutto sommato, neppure nel corso del 2017, i margini per un rafforzamento ci sono tutti. Ciò che può sembrare strano è pensare a un azionario continentale così robusto nell'alveo delle previsioni illustrate in precedenza.

Anche un dollaro che arrivasse a 1,30 nell'immediato grandi danni non li dovrebbe fare, anche se più volte è stato ribadito che il 2019 sarà tutta un'altra storia, specialmente se si tornerà ad avere una correlazione inversa fra moneta Usa e petrolio. E il petrolio conta parecchio in Europa, con tre aziende energetiche tra le prime 10 per capitalizzazione  che da sole costituiscono oltre il 5,6% del valore borsistico totale.

Ancora più importante, ovviamente, è il comparto dei servizi finanziari, che allo stato attuale rappresenta oltre un quinto del totale dell'equity europeo. Sulla ripresa delle banche del continente molte parole sono state scritte, ma vale la pena sottolineare un ulteriore aspetto: le curve dei tassi europee, siano esse governative, corporate o swap, sono a livelli assoluti infimi, ma con una ripidità non da poco. Il livello pazzesco del complesso dei tassi di interesse a breve e il suo differenziale enorme con quello americano rende la fragilità del dollaro assolutamente paradossale: se però la struttura a termine europea dovesse mantenersi, con in più un minimo di slittamento al rialzo per il complesso dei servizi finanziari continentali, si aprirebbe una cornucopia di opportunità. Va detto che le banche del Vecchio continente sono in rialzo quest'anno del 10% circa: niente di spettacolare, con (al pari dell'energia) un minimo di correzione a novembre. I margini di recupero sono perciò ancora altissimi.

Infine un'altra previsione un po' al limite è la continuazione di una ripresa delle small & mid cap in linea con le loro sorelle maggiori. Questa asset class è stata la protagonista assoluta dell'ultimo decennio in Europa, a causa delle performance disastrose di diversi comparti chiave nelle capitalizzazioni più elevate. Il risultato è stato che a partire dall'inizio del 2001 la sovraperformance rispetto ai colossi è stata pari a qualcosa come il 180%.

E per il momento il fenomeno non sembra mostrare particolare voglia di interrompersi: quest'anno è stato registrato +14% circa dallo Stoxx Small 200 a fronte di +8% da parte dello Stoxx 600.Non ci sarebbe da sorprendersi se il 2018 risultasse simile: semplicemente in questa asset class si trova uno scarto di competitività e di vivacità reddituale tali da non rendere probabilissima una rotazione epocale.    

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: Europa, azioni, previsioni, banche, petrolio
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