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Le azioni cinesi entrano nell’indice Msci Em

04/06/2018

Le azioni cinesi entrano nell’indice Msci Em

Nella prima fase, partita il 1° giugno 2018, il fattore di inclusione sarà pari al 2,5%, mentre nella seconda, il 3 settembre 2018, verrà incluso un ulteriore 2,5%. Eventuali incrementi del fattore di inclusione dipenderanno da miglioramenti della regolamentazione del mercato domestico

A piena inclusione le A-share rappresenterebbero il 13,9% dell’indice, che si andrebbe ad aggiungere al preesistente 25,8% relativo al China offshore. Questo è dunque uno sviluppo molto significativo che, da un lato, dovrebbe far aumentare notevolmente l'interesse degli investitori per le azioni cinesi e, dall'altro, potrebbe contribuire a promuovere lo sviluppo dei mercati finanziari cinesi e liberalizzare e facilitare la circolazione dei capitali. In fondo, sono state anche le severe restrizioni alla circolazione dei capitali a scoraggiare MSCI a inserire prima le azioni A cinesi nell'indice. 

Allo stesso tempo MSCI ha avvertito gli investitori delle sfide persistenti legate a questa asset class, come ad esempio, le forti oscillazioni e i rischi in materia di corporate governance.

Le 234 A-share cinesi che saranno incluse nell’indice MSCI EM dal 1° giugno 2018 coincidono in massima parte con le società che compongono gli indici domestici e comunemente accettati (ad esempio il FTSE SSE 50, il CSI 100 e il CS 300). Una delle ragioni per cui ci piacciono le A-share cinesi è il fatto che i settori dipendenti dalla domanda (come l’healthcare o i beni di largo consumo) tendono a essere più rappresentati sul mercato domestico rispetto al China offshore. Escluse alcune specificità relative ad esempio al processo di offerta pubblica iniziale o la regola di sospensione delle azioni, il mercato domestico cinese rimane dominato dagli investitori retail, che rappresentano fino all’80% del totale, e il suo comportamento tende a essere in massima parte decorrelato dal resto del mondo.

È anche importante notare come le società delle A-share cinesi (considerato l’effetto SOE) tendono ad avere credenziali ESG migliori delle equivalenti offshore, in particolare per quanto riguarda le mid cap, per via delle stringenti regolamentazioni relative agli strumenti finanziari imposte dalla specifica commissione (CSRC, China Securities and Regulatory Commission). Grazie all’ambizioso obiettivo annunciato dalla CSRC nel 2017 – sarà richiesto a tutte le società nazionali la pubblicazione di un report relativo alla sostenibilità entro il 2020 – si stima che le realtà onshore continuino a offrire opportunità di investimento più valide e solide rispetto ai pari offshore in termini di tematiche ESG.

Guardando alla performance dell’anno in corso (al 15 maggio) del mercato onshore le azioni del settore tecnologico (Indice ChiNext +6%,) stanno performando meglio sia delle large cap (Indice Shanghai Composite -3,4%,) che delle small e mid cap (Indice Shenzhen Composite -3%,). La recente performance positiva delle società dell’indice ChiNext non dovrebbe sorprendere. Riflette infatti i forti miglioramenti dei fondamentali delle realtà che compongono l’indice (la crescita media dei profitti su base annua nel primo trimestre del 2018 è stata pari al 30%) rispetto alle large cap (crescita media dei profitti netti nel primo quarto pari al 15%).

La performance delle small cap potrebbe proseguire nel breve termine nonostante le valutazioni più elevate rispetto ai pari tra le large cap, grazie alle condizioni di liquidità in miglioramento e alla potenziale maggiore immunità alle questioni legate a una guerra dei dazi rispetto ad alcune società cinesi di dimensioni maggiori. Tuttavia, la dispersione degli utili dei singoli componenti dell’indice può essere significativa: alcuni titoli tra le large e mid cap hanno registrato valori superiori a +50% per l’anno in corso.

A cura di: Rocki Gialanella
Parole chiave: cina, onshore, azioni, indici
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