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Little England

20/02/2019

Little England

Concludiamo con questa terza parte la panoramica sulla situazione economica della Gran Bretagna e sulle opportunità offerte dai suoi mercati finanziari, man mano che la Brexit si avvicina. Negli altri articoli avevamo visto che nell'era post crisi finanziaria il paese era andato progressivamente ad assomigliare a una mediocre economia dell'Eurozona, al netto di una certa vivacità demografica in più, con tassi a zero, una politica monetaria ultra-espansiva, una valuta impegnata in un processo strutturale di svalutazione sul lungo periodo e una crescita economica mediocre.

Il tutto può apparire abbastanza peculiare: gran parte delle classi dirigenti del Regno Unito, in maniera piuttosto bipartisan, ha spesso immaginato il proprio paese come qualcosa di più simile agli Usa, una potenza capitalistica globalizzata, piuttosto che un sistema paragonabile alla Francia o al Belgio. In realtà, se andiamo a vedere la composizione del mercato azionario di Londra, emerge un quadro piuttosto diverso rispetto all'S&P 500 o al Nasdaq composite.

Il benchmark principale del paese, il Ftse 100, è infatti composto in gran parte da aziende di dimensione decisamente elevata per la media europea: a fine gennaio la capitalizzazione media era circa 17,4 miliardi di sterline a fronte dei 18,9 miliardi di dollari dell’Msci Europe.

Quest'ultimo benchmark, peraltro, vede un forte outlier in Nestlé, che attualmente rappresenta la società con maggiore valore borsistico nel continente con 266 miliardi di dollari, circa il 40% superiore rispetto alla seconda piazzata Novartis. E se le prime tre posizioni nell’Msci Europe sono occupate da colossi svizzeri, nella top 10 si trovano però quattro gruppi britannici, che ovviamente fanno parte anche del Ftse 100, e solo tre dell'Eurozona, due francesi e uno tedesco. Dunque la Gran Bretagna è terra di grandi aziende, anche se il paragone con gli Usa finisce più o meno qui.

Se analizziamo la composizione settoriale del benchmark, infatti, troviamo un quadro molto più familiare dalle nostre parti: il 14,2% del valore complessivo è dato dall'oil&gas, seguito dal 10,6% delle banche, il 9,6% dei beni di largo consumo, il 9,6% degli industriali, l'8,2% dei servizi finanziari diversificati e l'8% del farmaceutico. La tecnologia contribuisce per un non particolarmente rilevante 1%. L'unica vera peculiarità di Londra, rispetto all'Europa, sembra il 7,3% di valore borsistico attribuibile ai colossi minerari globali con sede a Londra e ivi quotati.

Come si può capire, questo mix era piuttosto favorevole nei primi anni 2000, ma altrettanto non si può dire per quanto riguarda l'ultimo decennio. Proseguiamo comunque con ordine: il Ftse 100 attualmente quota intorno a 7.200 e si tratta di un valore che lo pone al di sopra, seppure non di molto, dei picchi del 1999-2000, che erano stati oltre 6.700. Altrettanto non si può dire di diversi benchmark europei. A salvare spesso la situazione del Ftse 100 è una volatilità piuttosto ridotta: mediamente la standard deviation annualizzata nell'ultimo quinquennio è stata del 10,3%, un valore inferiore a quasi tutti i principali indici azionari del pianeta. Nei cinque anni terminati a fine gennaio la performance cumulata in termini di total return è stata pari a +29,8%, una cifra inferiore anche a quella del Cac 40, che si è fermato nel mezzo della trentina.

Dove però Londra recupera è nel lungo periodo, grazie a uno Sharpe invidiabile a sua volta dovuto a una bassa volatilità: nell'ultimo decennio questo valore è risultato 0,8. Anche in questo caso sicuramente non siamo di fronte a performance di tipo statunitense: negli Usa il rapporto rischio rendimento nel decennio è stato 1,12, ottenuto però grazie a un Cagr annuale del 15% a fronte di una standard deviation annualizzata media intorno a 13,43%. Nell'ultimo decennio lo Sharpe dell’Msci Europe (calcolato in dollari) si è fermato a 0,53.

In definitiva le occasioni in Gran Bretagna vanno cercate soprattutto in un'ottica difensiva, il che può apparire paradossale visto il caos Brexit. In realtà, però, il listino londinese trova la sua forza nella presenza di un insieme vasto e diversificato di multinazionali, alcune con caratteristiche difensive, altre (banche e miniere) ovviamente di meno. Possenti driver di crescita verso il mondo del futuro però non sembrano esserci: da questo punto di vista non solo Hong Kong, Shenzhen, Seoul e Taipei, per tacere del Nasdaq, appaiono un altro mondo, ma persino Francoforte e Tokyo offrono più opportunità.

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: regno unito, ftse 100, azioni, londra
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