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Shenzhen contro Shanghai

13/03/2019

L'ultima panoramica che avevamo compiuto sul mercato azionario di Shenzhen aveva mostrato che i rischi a investire su questo listino sono enormi: la volatilità può essere brutale e contratta in fasi che si autoalimentano, con mercati ribassisti lunghi e intensi. Sostanzialmente le performance dello Shenzhen composite vengono salvate da intensi e rapidi bull market che hanno la caratteristica di tenere a galla i guadagni sul lungo periodo, salvo portare le quotazioni spesso a livelli insensati.

Va aggiunto un elemento: i titoli quotati sul listino della capitale della tecnologia cinese hanno fornito agli investitori performance molto migliori rispetto al più famoso Shanghai composite che negli ultimi 15 anni ha offerto buoni ma non eccezionali risultati, che non hanno evitato un certo derating. Shanghai, infatti, da allora ha fornito circa il 200% di rendimento complessivo, a parte i (non ricchissimi) dividendi, mentre Shenzhen ha cumulato nello stesso periodo oltre il 520%, una performance che non ha eguali fra indici, anche di small cap, minimamente rilevanti.

Questi numeri nascondono però montagne russe a dir poco pazzesche in quanto dai minimi dell'ottobre 2005 in meno di due anni Shenzhen è arrivata a guadagni di oltre il 480%. Ovviamente la crisi finanziaria ha portato perdite disastrose, però forse ancora più importante è analizzare a che punto siamo rispetto ai massimi dell'autunno 2007.

Innanzitutto va detto che essi sono stati superati di nuovo in tempi relativamente rapidi già nella mostruosa salita dei primi mesi del 2015, quando vennero raggiunti  nuovi picchi storici. Se si confronta questa performance con quella del Nasdaq composite, il quadro appare favorevole, in quanto quest'ultimo indice invece che sette anni per risalire oltre i massimi del 2000 ha impiegato più di un quindicennio.  È altrettanto indubbio, però, che ai livelli attuali, intorno a 1.660, la performance dal 2007  è stata penosa, visto che lo Shenzhen composite quotava all'epoca otre 1.500.

Sicuramente i rendimenti non sono stati neanche lontanamente paragonabili a Shanghai, ancora largamente sotto i livelli dell'epoca, ma è indubbio che l'azionario cinese nel suo complesso, e a Shenzhen in particolare, raggiunge rapidamente livelli di sopravvalutazione fuori da ogni logica e ragionevolezza con una velocità impressionante, per poi venire giù per anni spesso in uno splendido isolamento. Anche se si prendono i minimi del 2009, intorno a 470, non è che il quadro sia poi così  fulgido: il +254% circa cumulato impallidisce di fronte all'oltre 420% del Nasdaq composite, e risulta inferiore anche a quanto ottenuto investendo con un indice di blue chip come l'S&P 500 (oltre il 320%).

Certo oggi siamo a Shenzhen in quello che è ancora un bear market rally all'interno di una lunghissima fase di declino, ma se confrontiamo i minimi del 2009 con i massimi storici del 2015, oltre 2.790, il discorso cambia. Incidentalmente è interessante notare che confrontando i picchi cinesi 2015-2007 e quelli del Nasdaq Composite 2000-2018, il quadro appare particolarmente favorevole al Dragone.

Dunque come si può investire su tale piazza? Innanzitutto appare abbastanza scontato dire che conviene scappare quando le valutazioni si fanno troppo elevate: diciamo che un P/E forward superiore a 30 comincia a rappresentare una spia di pericolo (attualmente stiamo intorno a 25), dall'altra parte conviene aspettare prima di entrare nelle fasi di ribasso, vista la loro intensità e durata. Sul lunghissimo periodo la questione appare incerta: prevarranno in Cina le fasi di cupo pessimismo o quelle di euforia? O magari si arriverà a un approccio un po’ più logico all'investimento azionario? È difficile dirlo: certo è che anche su un orizzonte temporale decisamente lungo le borse cinesi sono state tutto e il suo contrario.

A cura di: Boris Secciani

Parole chiave:

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