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Brexit: cosa cambierà con l’accordo raggiunto

La Brexit, dopo lunghe trattative, è stata realizzata con un’intesa. I mercati hanno apprezzato: la sterlina si è apprezzata e i Gilt sono scesi. La separazione è consensuale per un rapporto di buon vicinato e alla fine è stato raggiunto un accordo anche su pesca, aiuti di Stato e governance.

19/01/2021

Finisce un’era: dal primo gennaio il Regno Unito non fa più parte dell’Unione Europea. La separazione, al contrario di quanto si temeva, è stata consensuale: il ‘no deal’ non c’è stato. Il raggiungimento di un accordo è uno sviluppo positivo poiché, dice Quentin Fitzsimmons, gestore del fondo T. Rowe Price Funds, ci allontana dal precipizio che preoccupava molto gli investitori. I mercati hanno apprezzato: la sterlina si è rafforzata e i prezzi dei Gilt sono scesi. Ma, come sempre avvenuto nella saga Brexit, il diavolo sta nei dettagli. Il rischio che l’intesa sia percepita come troppo scarna potrebbe avere degli strascichi nel 2021 in grado di impattare sulla valuta e sul quadro politico, man mano che le conseguenze della Brexit si manifesteranno.

Gli accordi bilaterali e lo sviluppo dei servizi finanziari

La Brexit cambierà molte cose per un Paese che, per 45 anni (entrato nell’Unione europea nel 1973), non ha mai nascosto di avere difficoltà a scendere a compromessi con Bruxelles. Comunque Londra ha immediatamente voltato pagina e, come previsto, ha iniziato a puntare sugli accordi bilaterali: il primo arrivato è quello con la Turchia. Altro settore su cui confida è quello dei servizi, che da sempre è il principale motore dell’economia d’Oltremanica (pari a un contributo al Pil del 10-15% solo quelli finanziari). In particolare, spiegano gli osservatori, il Regno Unito ha l’occasione di trasformare il proprio mercato ‘on-shore’ in un centro finanziario ‘offshore’, in modo da attirare nuovi capitali e, così, finanziare nuove opportunità di business.

Separazione consensuale per un rapporto di buon vicinato

I sostenitori della Brexit sono stati accontentati su alcuni dei principali punti su cui ha fatto perno la politica di Downing Street: autonomia in materia di immigrazione, aiuti pubblici e indipendenza per quanto riguarda il mercato interno e gli accordi commerciali con gli altri Paesi. La separazione consensuale permette alle parti di mantenere un rapporto di buon vicinato, con alcuni aspetti – secondo l’analisi dell’Ispi - che prescindono dalla materia strettamente commerciale: come la sicurezza e la collaborazione nel campo dell’intelligence, la lotta al cambiamento climatico, la ricerca (basti pensare a quella sui vaccini per il Covid-19). Il ‘no deal’ era dunque da evitare in tutti i modi, nell’interesse di entrambi i contendenti.

La soluzione arrivata su pesca, aiuti di Stato e governance

I tre punti che tenevano distanti Bruxelles e Londra nelle trattative erano i diritti di pesca (che rappresenta lo 0,1% dell’economia britannica), le regole sugli aiuti di Stato e la governance dell’accordo. In primo luogo va ricordato che, con l’inizio del 2021, il Regno Unito lascerà il Mercato Unico e l’unione doganale dell’Ue: questo significa che subentreranno, ad esempio, restrizioni alla mobilità delle persone con la reintroduzione di un sistema di visti. Il Governo britannico avrà inoltre mano libera nell’applicare accordi commerciali con mercati extra-Ue, già finalizzati con 29 Paesi e regioni del mondo delle 40 che erano già parte di accordi con l’Ue, ma alle stesse condizioni di prima e non migliorativi per Londra, e con il Giappone, con cui l’UE non ha invece un accordo commerciale.

Nell’accordo praticamente escluso il settore servizi

L’Unione europea e il Regno Unito, ricorda l’Ispi, hanno negoziato prevalentemente su un accordo di libero scambio che permettesse alle merci d’Oltremanica di entrare nel Mercato unico europeo senza alcun dazio e vincoli quantitativi (mentre certi adempimenti doganali entreranno in vigore con possibili code alle dogane), e viceversa alle merci provenienti da Paesi UE e dirette verso Londra. Nell’intesa è quasi del tutto escluso il settore dei servizi (inclusi quelli finanziari), malgrado questi – come detto - siano di significativa importanza per il Regno Unito. Ma nelle duemila pagine circa dell’accordo, come accennato, c’è spazio anche per la collaborazione in altri campi (ad esempio intelligence e difesa), che peraltro potrà essere estesa e approfondita in futuro.

Le imprese finanziarie avranno bisogno del ‘passaporto’

Con la Brexit le finanziarie d’Oltremanica avranno bisogno di un ‘passaporto’ per operare nell’Unione europea: per negoziare, vendere-acquistare per conto di un cliente ci sarà bisogno dell’approvazione Ue (alla stessa stregua delle imprese che sono fuori dall’orbita comunitaria). In questo ambito, dove ricadono soprattutto banche e assicurazioni, è interessato circa un quarto delle entrate annue delle società britanniche (44-60 miliardi di euro), a fronte della metà realizzato sul mercato interno. Un settore fondamentale anche dal punto di vista sociale, tenuto conto che dà lavoro, nella sola Londra, a circa 525mila persone. Per questo, avendo le mani ‘libere’, è probabile che il Paese adotti una legislazione più favorevole ai sevizi finanziari.

A cura di: Fernando Mancini

Parole chiave:

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