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Dove è finito il risveglio dell’Africa?

23/07/2016

La fase di grande ottimismo, iniziata nel 2009, sulle sorti del Continente nero, ha subito una sensibile raffreddamento negli ultimi anni

Non molto tempo fa, quando i timori per l’inizio della crisi finanziaria del 2008 spingevano un numero crescente d’investitori a cercare nuovi temi a supporto della crescita, l’idea del risveglio africano acquistò forza. Dopo decenni di povertà, malattie e guerre civili, dal 2009 prese piede una view ottimista sulle sorti del continente.

Secondo questa versione, l’Africa era destinata a trasformarsi nella prossima frontiera degli investimenti. Alcuni fattori giocavano a suo favore: erano stati condonati la maggior parte dei debiti multilaterali; i tassi di crescita registravano continui miglioramenti e, per la prima volta, i governi locali riuscivano a finanziarsi sui mercati dei capitali a tassi bassi.

Questa view ottimista era motivata in larga parte dalla dinamica demografica. L’elevato indice di natalità ha fatto ipotizzare che la popolazione dell’Africa sub sahariana raggiunga i due miliardi nel 2050. Le analisi erano piene di previsioni sulla presunta capacità dei giovani di spingere i consumi di birra, cellulari, moto e, probabilmente in un orizzonte temporale non troppo lungo, auto e case.

L’appetito vorace della Cina per petrolio, rame, ferro e altre materie prime, ha comportato un miglioramento del potere d’acquisto di numerosi paesi. Il focus sullo sviluppo delle infrastrutture completava un quadro d’insieme che preludeva al grande salto verso uno stato pre-industriale, permeato da un passaggio al mondo digitale.

Questa view esuberante è evaporata. Nigeria e Sudafrica, che rappresentano più della metà del Pil dell’Africa sub sahariana, stanno vivendo un momento difficile. Per l’economia nigeriana, dipendente dal petrolio, sarà un grande risultato se dovesse centrare una crescita del 3% nel 2016, un tasso appena sufficiente a sopportare l’aumento della popolazione. La divisa locale è sotto pressione, le divise estere sono razionate, il bilancio dello stato soffre e si avvicina una crisi della bilancia dei pagamenti.

Il Sudafrica sta ancora peggio a causa di una situazione politica instabile, una consistente perdita di occupati nelle miniere e la concreta possibilità che il suo debito sovrano sia declassato a livello junk.

Altri stati africani, in particolare i produttori di materie prime, sono in difficoltà. L’Angola, che era cresciuta a due cifre grazie agli introiti del petrolio, ha chiesto aiuto al Fondo Monetario Internazionale. Il Mozambico è alle strette dopo aver utilizzato male (numerosi sono gli scandali per corruzione) le risorse raccolte con i prestiti internazionale.  

Con poche lodevoli eccezioni come Kenia, Tanzania, Etiopia, Ruanda e Costa d’Avorio, l’immagine offerta dal continente appare negativa. La World Bank stima una crescita per l’Africa sub sahariana crescerà appena del 3,3% per il 2016, ben al di sotto del 6,8% medio annuo registrato nel periodo 2003-2008. A causa dell’espansione demografica, la maggior parte degli stati africani ha bisogno di un tasso di crescita annuo del 3% per non andare incontro a cali della ricchezza pro-capite.

Le storie di successo restano limitate e il progresso politico ed economico troppo fragile per affermare che l’Africa sia cambiata. Il racconto del ‘risveglio dell’Africa’ resterà tale, a meno che i governi non siano in grado di creare modelli di crescita sostenibili, meno dipendenti dalle materie prime e basati sul valore aggiunto.

A cura di: Rocki Gialanella
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