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Previdenza complementare, eppur cresce

22/07/2016

Malgrado dal 2007 i lavoratori possano spostare il Tfr nei fondi pensione integrativi, alla fine del 2015 (ultimo dato disponibile) solo il 24% della popolazione in età lavorativa l’ha fatto, preferendo lasciare il Tfr in aziende non sempre strutturate a portare avanti questo lavoro e confidando soprattutto sulla pensione pubblica per il mantenimento del tenore di vita in terza età.

Grazie a un welfare tradizionalmente solido, le pensioni pubbliche hanno sempre assorbito una quota rilevante del Pil e garantito ai cittadini del Belpaese trattamenti adeguati. Purtroppo, anche se sembra pleonastico ripeterlo, la situazione della nostra economia, e in particolare dei conti pubblici statali, non permettono più certi voli pindarici.

In Italia, la spesa per le pensioni pubbliche ha assorbito il 15,7% del Pil in media durante il periodo 2010-2015, il secondo valore più elevato tra i paesi Ocse. Con l’ultima riforma del sistema previdenziale, che prevede condizioni meno favorevoli del passato sia di accesso sia di entità del trattamento pensionistico, tuttavia, sarà possibile ridurre al 2060 la spesa pubblica per pensioni di circa 2 punti di Pil. Un recente studio di Excellence Consulting ha in tal senso evidenziato che il mercato della previdenza complementare rispetto al Pil vale il 96% nel Regno Unito, l’84,60% negli Stati Uniti e il 74,70% in Canada, mentre in Italia si attesta solo al 6,60%. La percentuale di partecipazione delle persone alla previdenza complementare riguarda il 43% dei soggetti nel Regno Unito, il 47% negli Stati Uniti e il 50% in Canada. E in Italia? Meno della metà…

Come emerge dall’ultima relazione annuale della Covip, in ogni caso, l’offerta di forme pensionistiche è alquanto diversificata. Alla fine del 2015, i fondi pensione erano in tutto 469: 36 negoziali, 50 aperti, 78 piani individuali pensionistici (Pip), 304 preesistenti e FONDINPS. Rispetto all’anno precedente il numero di forme operative si è ridotto di 27 unità, in continuità con la linea di tendenza dell’ultimo decennio. Il numero di fondi di piccole dimensioni rimane comunque elevato: a fine 2015, solo 12 fondi raccolgono più di 100.000 iscritti; oltre la metà ha meno di 1.000 iscritti; di questi, il 90 % è costituito da fondi pensione preesistenti. La struttura dell’offerta per le forme ad adesione collettiva indica dunque spazi significativi per un ulteriore incremento dell’efficienza operativa e delle economie di scala, da ricercare soprattutto tramite processi di concentrazione. L’aumento delle dimensioni e concorre tipicamente infatti alla riduzione dei costi di gestione, ma anche all’innalzamento della qualità della struttura organizzativa e dei profili di governance dei fondi pensione.

Nel 2015, le adesioni alla previdenza complementare, al netto delle uscite, sono cresciute del 12,1%. Dall’inizio dell’anno i nuovi ingressi nel sistema sono stati poco meno di 1 milione, la maggior parte confluita nei fondi negoziali (circa il 60% delle nuove adesioni). Va peraltro rilevato che la crescita degli iscritti ai fondi pensione negoziali (24,4% in più rispetto all’anno precedente) deriva quasi esclusivamente dall’iscrizione automatica di tipo contrattuale di tutti i lavoratori dipendenti del settore edile, mediante versamento di un contributo a carico del solo datore di lavoro. Nei fondi aperti la raccolta di nuove adesioni è tornata sostenuta: gli iscritti sono aumentati dell’8,8 %, il valore più alto dal 2008. Viceversa, nei Pip “nuovi” la crescita degli iscritti, pur sostenuta (10,1%), è decelerata rispetto agli ultimi cinque anni. A fine 2015, le forme totalizzano oltre 7,2 milioni di iscritti. Quasi 2,6 milioni sono di pertinenza dei Pip “nuovi”, 2,4 milioni dei fondi negoziali, 1,1 milioni dei fondi aperti e 640.000 dei fondi preesistenti. Complessivamente aderiscono alla previdenza complementare 5,2 milioni di lavoratori dipendenti privati, 1,9 milioni di lavoratori autonomi e 174.000 lavoratori dipendenti del settore pubblico.

Rimane diffuso il fenomeno delle interruzioni contributive soprattutto fra le adesioni individuali dei lavoratori autonomi: nel 2015 quasi 1,8 milioni di iscritti alla previdenza complementare non ha effettuato versamenti contributivi. Considerando quindi solo coloro che hanno versato contributi nell’anno, il tasso di adesione si attesta al 24,2%, in salita dal 16% della fine del 2013, rispetto al totale degli occupati. Fra i lavoratori dipendenti del settore privato il tasso è pari al 31% e tra i lavoratori autonomi al 19%. Per i dipendenti pubblici il tasso di adesione è appena del 5,2%. Guardando alle adesioni per genere, per classe di età e per area geografica emerge un quadro abbastanza diversificato. Il tasso di adesione è sensibilmente più basso tra i giovani, le donne e al Sud, in questo riflettendo anche i tratti caratteristici del mercato del lavoro in Italia.

A fine 2015, il patrimonio accumulato dalle forme pensionistiche complementari ha superato i 140 miliardi di euro, in aumento del 7,1% rispetto all’anno precedente. Esso rappresenta l’8,6 % del Pil e il 3,4% delle attività finanziarie delle famiglie italiane. I contributi raccolti nell’anno ammontano a 13,5 miliardi di euro, di cui il 60% è stato destinato alle forme collettive. Più nel dettaglio, deve rilevarsi come il flusso di Tfr versato ai fondi pensione, pari a 5,5 miliardi di euro, costituisca oggi il 40% dei complessivi flussi contributivi destinati alla previdenza complementare. In sintesi c’è un potenziale di crescita stratosferico di questo settore: se le percentuali evidenziate dal mercato italiano si avvicinassero un poco a quelle riscontrate nelle economie comparabili con le nostre, l’industria dei fondi pensione, dei Pip assisterebbe a un boom clamoroso.

A cura di: Rocki Gialanella
Parole chiave: pensione, fondi, pip, integrativa, covip
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