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I cinque punti oscuri del Qe

04/11/2016

Le critiche alla politica monetaria adottata dalla Bce (e dalle altre banche centrali dei principali paesi industrializzati del pianeta) non mancano: stimoli eccessivi attraverso le iniezioni di liquidità e gli acquisti mensili di titoli di Stato e corporate bond, tassi d’interesse mantenuti artificialmente troppo bassi e forse vantaggiosi per la gestione dei costi di finanziamento sostenuti da Stati e società ma dannosi per l’economia, distorsioni introdotte nel funzionamento dell’economia reale. David Folkerts-Landau, economista capo di Deutsche Bank, si è spinto oltre ed ha pubblicato un report, intitolato ‘The dark side of Qe’, in cui muove un attacco feroce alla politica della Bce.

Nel report sono elencati alcuni degli effetti controproducenti imputabili al programma di acquisto titoli della Bce (80.000 mln di euro al mese). Il primo è il vincolo causale tra la politica di espansione monetaria della banca centrale e la paralisi delle riforme economiche nei paesi dell’Eurozona. I dati sembrano indicare che il rapporto tra le due variabili sia chiaro: la maggior parte dei paesi alle prese con la gestione di un deficit (Francia, Estonia, Grecia, Italia, Irlanda, Portogallo, Slovacchia e Spagna) superiore ai limiti fissati dai trattati europei, ha fatto peggio nell’ultimo anno rispetto ai risultati conseguiti nel biennio 2011-2012. 

Nel report si sostiene che il rallentamento riscontrato nell’impegno profuso per il contenimento del deficit si deve alla presenza di condizioni più favorevoli create dagli acquisti massicci di titoli di Stato da parte della Bce. L’azione della Banca centrale ha compresso i rendimenti dei sovereign bond e consentito ai paesi di rinviare l’appuntamento con le riforme.

Secondo i curatori dello studio, il supporto offerto dall’azione di Draghi ha fatto venire meno l’urgenza di procedere all’approvazione delle riforme. Gli acquisti di titoli sarebbero stati interpretati come un salvataggio indiretto della Bce a favore dei paesi in difficoltà.

La seconda critica riguarda i risk premium e le quotazioni dei bond, che non offrono più informazioni sul livello di rischio reale dei singoli paesi. La compressione dei rendimenti provocata dal piano di acquisto titoli sarebbe stata così intensa da annullare la percezione dei rischi collegati al debito pubblico dei distinti paesi dell’area.

La terza critica, quella forse più grave, riguarda la crescente concentrazione di rischi all’interno del bilancio dell’eurosistema. Se si dovesse verificare un caso di ristrutturazione del debito di uno Stato, i passivi accusati dalla Banca centrale dovrebbero essere sopportati dai contribuenti di tutti i membri dell’area euro. In altre parole, la Deutsche bank sostiene che l’operato della Bce ha finito per ‘socializzare’ il debito.

La quarta critica riguarda gli effetti sui risparmiatori europei. L’inflazione bassa ha compensato solo in parte la caduta dei rendimenti, tuttavia, se l’indice dei prezzi al consumo dovesse dare segni di risveglio saranno dolori per il risparmio dei cittadini (in siffatta ipotesi il potere d’acquisto andrà incontro a un taglio netto).

Infine, l’ultima critica riguarda la cattiva assegnazione delle risorse provocata da una politica monetaria che sta evitando la distruzione creativa del credito e consentendo alle banche di sanare gradualmente i propri bilanci.

A cura di: Rocki Gialanella
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