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Guadagnare con le acquisizioni

21/11/2016

In una fase in cui l'obbligazionario dà enormi perplessità e l'azionario, pur andando bene, offre altrettanti dubbi, i gestori, e soprattutto gli investitori, sono alla ricerca di fonti di rendimento abbastanza stabili con il minimo rischio possibile. E su questa base le strategie messe in cantiere sono state diverse. Tra queste certamente interessante è quella che punta sulle operazioni di M&A. Una buona quantità di strumenti gestiti oggi punta infatti su questa opportunità offerta dai mercati, cioè mettersi in coda ad acquisizioni annunciate e sfruttare le plusvalenze che si vengono così a creare.

Ovviamente per muoversi in questo campo senza affrontare pericoli eccessivi è necessario avere uno stile di gestione estremamente controllato. I gestori più attenti, infatti, comprano le azioni solamente di quelle aziende la cui acquisizione è già stata annunciata con un deal amichevole, senza investire in operazioni ostili, né tanto meno sui titoli di gruppi che potrebbero venire comprati. Dopo l'annuncio solitamente il prezzo del target tende a schizzare, però di solito non raggiunge la quotazione della transazione; infatti un'acquisizione viene annunciata con mesi di anticipo e vi è sempre una minima percentuale di rischio che essa non vada a buon fine. Generalmente, nel caso di transazioni non ostili, nel 4% delle situazioni non si arriva a completamento del tutto e ciò fa sì che gli spread medi annualizzati siano intorno al 6%.

Le azioni che vengono acquisite con questi criteri presentano di conseguenza caratteristiche simili a quelle di un'obbligazione zero-coupon: man mano che ci si avvicina alla data di chiusura dell'operazione, lo spread tende a diminuire e il prezzo a convergere verso il prezzo pattuito.

Per quanto riguarda le performance, il profilo di rischio rendimento risulta ampiamente migliore, sia rispetto all'obbligazionario, sia in rapporto ad altre strategie absolute return azionarie quali long/short ed event driven. Se ad esempio paragoniamo l'andamento dell'indice Hfr merger arbitrage negli ultimi anni rispetto all'Us aggregate bond, scopriamo che il primo ha mostrato performance annuali pari al +7,9% a fronte di una volatilità del 3,9%, mentre per quanto riguarda il secondo benchmark si è avuto rispettivamente +6,2% e +5,7%.

Sulla base dell'esperienza anche nei momenti di crisi più acuta questo tipo di approccio si è rivelato vincente: nel collasso del 2008, l'S&P è calato dal massimo al minimo del 55,3%, impiegando 37 mesi a tornare ai precedenti picchi, mentre l'Eurostoxx 50 ha fatto anche peggio: il crollo fu infatti in tal caso del 57,6% con un tempo di attesa di 72 mesi per tornare ai precedenti livelli. Nella stessa fase del crollo dell'equity, l'Hfr merger arbitrage guadagnò invece il 3,3%.

Inoltre si tratta di un mercato che sta crescendo con ritmi vorticosi: l'M&A nel 2015 ha vissuto un'annata record, grazie alla fiducia diffusa fra le imprese, i bassi tassi di interesse e la necessità di rivolgersi all'esterno per aumentare i propri utili. L'anno passato ci sono state 1.600 transazioni in tutto il mondo, in fortissimo aumento rispetto alle 700 del 2009. Gli Stati Uniti appaiono come il mercato di riferimento.

Un elemento che può complicare questo tipo di operatività è dato dal fatto che alcune acquisizioni vengono pagate solamente in azioni o hanno una componente di pagamento in equity. In realtà solo il 25% del M&A è composto da operazioni realizzate esclusivamente con azioni e queste ultime in generale presentano una maggiore probabilità di essere portate a termine, anche se ovviamente vi è il rischio che il titolo dell'acquirente perda valore. Ma anche in questo caso si può diminuire il rischio al massimo vendendo allo scoperto l'azione di chi compra al momento di inserire il target nel portafoglio.

A cura di: Alessandro Secciani
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