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Far East, il meglio degli emerging

14/02/2017

È l'Asia, o meglio quello che viene comunemente inteso come Far East, ancora il futuro del mondo? La domanda sorge legittima, visto che fino a pochi anni fa l'ascesa tecnologica, produttiva e persino culturale di paesi come Singapore, Corea, Taiwan e, infine, del colosso cinese, preceduti decenni prima dal Giappone, sembrava inarrestabile. Negli ultimi cinque anni, oltre ad avere visto una continua stagnazione del Giappone, si è assistito a un calo strutturale del tasso di crescita di Taiwan e Corea, che ormai, a parte rari casi, non riescono più a superare il 3% di crescita annua del Pil, accompagnato da un quasi dimezzamento di quello cinese.

Ovviamente le spiegazioni che giustificano il fenomeno sono poi abbastanza banali: le economie coreana e taiwanese sono ormai pienamente ad alto reddito, con standard di vita compresi fra il sud e il nord dell'Europa e profili demografici di conseguenza; ugualmente il possente Dragone cinese sta entrando in una fase più matura della propria traiettoria di ascesa verso lo status di super-potenza.

Il problema è che, come abbiamo visto a proposito dell'andamento del Pil in Europa e in Usa, la relativa stagnazione economica ha conseguenze piuttosto dirette sull'andamento borsistico. In particolar modo nel nostro caso, dove la Corea con quasi il 15%, Taiwan con il 12% circa e le azioni H e gli Adr cinesi quotati in America (in totale oltre il 26%) pesano ben oltre la metà dell'indice Msci emerging markets. Basta andare a vedere le prime 10 aziende a maggiore capitalizzazione: non ce n'è una che sfugga a questo trittico di paesi. Anche la sudafricana Naspers presenta come maggiore asset una vasta partecipazione nel colosso cinese di internet Tencent.

Dunque in gran parte i destini di questo indice sono legati, comprensibilmente, alle economie più potenti ed evolute fra quelle dell'intera asset class. Se andiamo però a vedere quanto è successo nel triennio maledetto per gli emergenti, fra la fine del 2012 e quella del 2015, prima quindi dell'inversione dell'ultimo anno, scopriamo alcune cose interessanti. In tale lasso di tempo l'Msci emerging markets ha cumulativamente perso il 19% circa in dollari. Al suo interno però il trittico dei paesi citati ha comunque sovraperformato l'andamento generale degli emergenti. Infatti scopriamo che il listino coreano nel suo complesso è rimasto più o meno invariato in valuta locale e in ribasso del 9,5% in dollari. Quello taiwanese ha mostrato un incremento dell'8,2% in divisa locale e un calo del 4,4% in dollari. Il China enteprises index, che comprende molte azioni di aziende di stato cinesi quotate sotto forma di depositary receipt in dollari di Hong Kong in quella borsa ha evidenziato un calo nominale del 15%, identico a quello in dollari Usa, visto il cambio fisso che regola il dollaro americano con quello dell'ex-colonia britannica.

Se andiamo a osservare l'andamento di altre piazze scopriamo che vi sono stati autentici disastri, a partire dal Brasile (-28,9% in valuta locale e -63,2% in dollari) per arrivare alla Russia (+17,4% e -51% rispettivamente) alla Turchia (-9,6% e -54,1%). Neanche la tanto celebrata Asia del sud e del sud-est ha fatto poi chissà cosa: le azioni indiane e filippine, considerate delle star fino a poco tempo fa, in dollari hanno messo a segno rispettivamente un +11,3% e un 4%.

Per il resto i principali emergenti, la Thailandia, il Messico, la Polonia e l'Indonesia, hanno tutti sottoperformato Cina, Taiwan e Corea, se consideriamo le performance in dollari. Però questo gruppo di paesi ha comunque registrato in tale epoca un andamento peggiore di quello europeo, per non parlare degli Usa. In qualche maniera il Far East rimane il meglio degli emergenti ma con dinamiche decisamente diverse dalle economie sviluppate.

Ma non è detto che ciò sia un male.

A cura di: Boris Secciani
Parole chiave: far east, cina, corea, taiwan, borsa valori
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