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Ritorno al passato per il petrolio

03/04/2017

The Wall Street Journal ha di recente riportato che la compagnia petrolifera Royal Dutch Shell sta effettuando ingenti investimenti per adeguare la tecnologia alla necessità di estrarre il petrolio in acque profonde (attività che aveva perso completamente il suo appeal a causa delle pressioni esercitate sui prezzi dal fracking e dallo shale oil).

I progressi compiuti dalla società anglo-olandese sono stati recentemente riconosciuti anche dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, che ha parlato di prospettive fino a poco fa ritenute irrealizzabili. L’attività di estrazione in acque profonde si concentra in Brasile, Stati Uniti, Angola e Norvegia. Brasile e Stati Uniti vengono considerati i paesi con il potenziale più elevato.

Il gigante del petrolio Royal Dutch Shell sta cercando di reinventare uno dei business che hanno dimostrato elevata redditività nel passato: l’estrazione di petrolio in acque profonde o molto profonde. La società anglo-olandese sta sviluppando tecnologie per competere con la concorrenza esercitata dal fracking. L’obiettivo? Fare in modo che il greggio estratto in acque profonde sia conveniente anche durante le fasi in cui la quotazione del barile scende a 15 usd.

La strategia focalizza gli sforzi in parte sui pozzi già aperti per riuscire ad estrarre tutto il petrolio ancora oggi presente nel mare in cui si trovano le piattaforme localizzate nel Golfo del Messico. La strategia si propone anche di ridurre i tempi necessari al lancio di nuovi progetti di sfruttamento di giacimenti siti nelle profondità marine, in particolare al largo delle coste brasiliane (dove è stata già accertata la presenza di importanti riserve sottomarine).

Per chiarire i limiti entro i quali si sviluppa questo tipo di attività, ricordiamo che viene considerata perforazione in acque poco profonde quella che non si spinge oltre i 125 metri di profondità. Dai 125 ai 1.500 metri, la perforazione viene considerata in acque profonde. Oltre i 1.500 metri si parla di acque molto profonde.

I vertici di Shell hanno dichiarato che la nuova tecnologia dovrebbe consentire alla società di abbattere i costi del 50% e i tempi del 30%. L’adozione di tecniche di estrazione nelle profondità marine simili a quelle utilizzate dal fracking, ha fino a questo momento consentito un abbattimento dei costi prossimo al 25% nei giacimenti localizzati in Messico e Brasile. La riduzione dei costi complessivi è legata ai minori passaggi richiesti per attivare un pozzo e al taglio dei blocchi di appoggio necessari al trasporto dell’equipaggiamento, dei macchinari e del cibo.

Quando nel 1989 Royal Dutch Shell individuò un grande giacimento sotto la piattaforma Marte, posizionata nel Golfo del Messico, si trattò della scoperta più importante fatta dagli Usa dal 1960. Furono necessari sette anni di duro lavoro e investimenti per oltre 1.000 mln di usd per estrarre il primo barile di petrolio.

La produzione di quella piattaforma tocco il suo apice nel 2002 con 225.000 barili giornalieri. Nel 2016 la produzione della piattaforma è calata fino a quota 60.000 barili diari. Dall’applicazione delle nuove tecnologie la Shell punta a riportare la produzione a 75.000 barili giornalieri in tempi brevi. E si tratterebbe solo dell’inizio del nuovo trend.

A cura di: Rocki Gialanella
Parole chiave: petrolio, fracking, passato, profondità
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