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Mercati: petrolio in tensione, Paesi emergenti cercano equilibrio
L’incertezza, la necessità di ricostituire le scorte e la fragilità del sistema energetico globale manterranno alto il prezzo del petrolio a lungo. I Paesi emergenti beneficiano nel breve di prezzi più bassi, ma sono esposti ai rischi. Emergono opportunità selettive, soprattutto in America Latina.
Il fragile cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti segna una pausa nelle tensioni che hanno scosso tutta l’area del Medio Oriente e i mercati finanziari globali, ma non è stato sufficiente a dissipare l’incertezza, che resta elevata. Secondo Malcolm Melville, fund manager, materie prime di Schroders, gli effetti sul petrolifero sono profondi e destinati a protrarsi. Per Anthony Kettle, senior portfolio manager di RBC BlueBay, evidenzia comunque un sollievo – anche se solo temporaneo – per i mercati emergenti.
Shock energetico senza precedenti
La crisi sta avendo il suo epicentro nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio globale di greggio e di tutti i prodotti che arrivano dall’Oriente. Qui, in particolare, il transito di petrolio è crollato da circa 20 milioni di barili al giorno a 2–3 milioni, causando – a sua volta - un’interruzione di circa 10 milioni di barili giornalieri di produzione. L’impatto sui prezzi è stato immediato: il greggio ha toccato i 120 dollari al barile e alcuni prodotti raffinati hanno toccato picchi record. Si tratta di un livello mai registrato prima che è destinato ad avere conseguente anche in futuro. Infatti, secondo Schroders, anche con la riapertura dello stretto, il ritorno alla normalità non sarà rapido: se il traffico marittimo può riprendersi in settimane, la produzione richiederà mesi per tornare ai livelli precedenti, anche a causa dei danni subiti dalle infrastrutture.
Prezzi sostenuti dall’incertezza
Per questo domina la cautela, perché la credibilità della tregua è il nodo centrale. Per convincere i mercati il numero di petroliere in transito dovrà avvicinarsi ai livelli precrisi (130-150 al giorno), anche se un recupero al 75% potrebbe essere considerato già come un segnale di quasi normalizzazione. Mentre l’incertezza continuerà a sostenere i corsi. Per Schroders c’è anche un fattore strutturale da non trascurare: la necessità di ricostituire le riserve strategiche. Solo gli Usa potrebbero dover acquistare fino a un milione di barili al giorno per oltre un anno, creando una fonte di domanda globale. A ciò si aggiunge una consapevolezza emersa con forza dalla crisi: la vulnerabilità del sistema energetico globale. Europa e Asia, in particolare, potrebbero aumentare le scorte nei prossimi anni, contribuendo a mantenere elevato il cosiddetto ‘premio M.O.’ sul prezzo del petrolio.
Mercati emergenti: sollievo tattico, ma cautela
Dal punto di vista dei mercati emergenti, RBC BlueBay interpreta la tregua come un ‘interruttore di emergenza’ che riduce i rischi immediati. Il rally del petrolio - sopra i 117 dollari/barile già a marzo - aveva infatti alimentato pressioni inflative e volatilità valutaria, soprattutto nei Paesi importatori di energia. Nel breve periodo, prezzi più contenuti sul mercato dell’energia hanno poi offerto un beneficio tangibile, lasciando prevedere una minore inflazione e conti pubblici più gestibili, in particolare in Asia. Tuttavia, la visibilità resta limitata. Anche con la tregua, precisa anche Kettle, i danni alle infrastrutture energetiche potrebbero ritardare il ritorno a pieno regime delle esportazioni, rendendo difficile valutare gli effetti su crescita e inflazione.
Opportunità selettive e nuovi equilibri
In RBC BlueBay individuano opportunità soprattutto in America Latina, con un focus su economie relativamente indipendenti dal punto di vista energetico come Argentina, Colombia e Brasile. C’è comunque da considerare che in questi Paesi, fattori politici ed elettorali potrebbero amplificare le dinamiche di mercato. Più in generale, lo scenario suggerisce corsi dell’energia mediamente più elevati rispetto alle attese iniziali, favorendo emittenti sovrani e corporate resilienti al contesto. Le due case di investimento convergono su un punto: la tregua non segna la fine della crisi, ma solo una pausa. I mercati continueranno così a monitorare i flussi nello Stretto di Hormuz e l’evoluzione diplomatica.
Nel lungo periodo, per Schroders, soltanto uno scenario appare realmente ribassista per il petrolio: una piena reintegrazione dell’Iran nei mercati globali con un orientamento politico filo-occidentale, ipotesi ritenuta però poco probabile. Fino ad allora, il mercato energetico sarà caratterizzato da una volatilità destinata a persistere e da un prezzo strutturalmente più alto.