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Floating rate bond per affrontare il nuovo corso della Fed

10/04/2017

Le obbligazioni a tasso variabile potrebbero tornare presto in auge. Questi titoli consentono di ridurre al lumicino il rischio duration e dare stabilità alla componente obbligazionaria del portafoglio

Il vento a favore di un ritocco dei tassi Usa continua a soffiare. L’economia nordamericana continua ad offrire segnali di miglioramento e comincia a mostrare la necessità di interventi di politica monetaria. Nel corso della riunione di marzo, il Federal Open Market Committee della Federal Reserve statunitense ha deciso di alzare di un quarto dip unto (0,25%) i tassi d’interesse e portarli all’interno del range 0,75%-1%. 

Sul versante nordamericano dell’Atlantico tutto sembra improntato a dare continuità alla tanto attesa fase di normalizzazione del costo del denaro, che dovrebbe avvenire in più step da parte della Banca Centrale statunitense. In passato, durante le fasi di rialzo del costo del denaro negli Usa, solitamente brevi ma intense, le obbligazioni a tasso variabile hanno saputo tutelare al meglio i risparmi degli investitori più prudenti o caratterizzati da strategie poco propense all’assunzione di elevati livelli di rischio.

Nell’universo obbligazionario, i titoli a tasso fisso sono quelli che temono gli effetti dell’avvio di una fase di rialzo dei tassi. Tuttavia, tra i bond c’è anche un segmento –completamente dimenticato negli ultimi anni- che potrebbe tornare in auge: i floating rate bond. A differenza dei tradizionali titoli di debito a tasso fisso –che consentono al sottoscrittore di sapere in anticipo la cedola che incasseranno periodicamente- i floating rate sono caratterizzati dalla presenza di una cedola variabile che è spesso il risultato della somma di un tasso di riferimento (in Europa è rappresentato nella maggior parte dei casi dall’euribor o dal libor) e di una maggiorazione.   La revisione del coupon avviene trimestralmente o semestralmente. Il funzionamento è simile a quello di un mutuo a tasso variabile: gli interessi (che in questo caso vengono incassati e non pagati) cambiano periodicamente a seconda dell’evoluzione del tassi di riferimento.

Nonostante il clima favorevole a questo segmento, non mancano le controindicazioni. Le emissioni di floating rate bond realizzate negli ultimi anni sono caratterizzate dalla presenza di tassi molto bassi. Per questa ragione, c’è da aspettarsi un calo delle quotazioni di questi titoli se la stretta della Fed dovesse essere breve ma intensa. In tutti i casi, per l’investitore che si muove con un orizzonte temporale di medio-lungo termine, il rischio duration è quasi nullo proprio perché il coupon viene rivisto periodicamente. I titoli a tasso variabile diventano più interessanti con l’arrivo di nuove emissioni e con il progressivo ‘adeguamento’ delle cedole al nuovo scenario.

Il rischio di duration viene indicato intorno allo 0,1% nella maggior parte dei casi. A differenza dei titoli a reddito fisso, i floating rate bond presentano solo il rischio emittente e non quello legato alla duration. L’assenza di questo rischio li rende strumenti permeati da un livello di volatilità molto contenuto.

Se il mercato Usa presenta una chiara convenienza ad inserire in portafoglio questo tipo di bond, lo stesso non può ancora dirsi per quello europeo. In una fase in cui appare orami chiaro che la Bce continuerà –anche se in misura ridotta- il suo QE, i tassi sembrano destinati a restare bassi ancora per molto. L’unica ragione che può supportare l’acquisto di questa tipologia di bond è la presenza di margini al ribasso dei rendimenti oramai molto risicati e la speranza che la Bce vinca la sua sfida contro la deflazione (creando l’humus per una prossima normalizzazione del costo del denaro anche nel Vecchio Continente). Un altro motivo a supporto di questa asset class è la necessità di immettere in portafoglio strumenti in grado di mitigare la volatilità del portafoglio.

A cura di: Rocki Gialanella
Parole chiave: tasso, variabile, fed, normalizzazione
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